Riforme, Berlusconi frena: valuteremo Renzi: porte aperte ma niente ricatti

PALAZZO CHIGI - CONFERENZA STAMPA DOPO L'INCONTRO TRA IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO E IL PRIMO MINISTRO IRLANDESE, PRESIDENTE DI TURNO DELL'UE

Tra il Salone dei Corazzieri e Porta a Porta si intrecciano i tentativi di riannodare un dialogo difficile dopo gli scossoni della campagna per il Quirinale. Nel salotto di Bruno Vespa Matteo Renzi difende il patto con FI che, aggiunge, «sarebbe perfetto anche con M5S se Grillo, una buona volta, smettesse di dire sempre di no e uscisse dall’isolamento a cui costringe i suoi deputati». E per depotenziare le polemiche dei forzisti sull’elezione di Mattarella, precisa per la prima volta che il patto del Nazareno «prevede tre cose: la legge elettorale, una sistematina alle Regioni; il superamento del Senato attuale» e, quindi, non il Quirinale. Argomento, questo, che certamente non quieta Silvio Berlusconi che, dalla cerimonia di insediamento di Mattarella manda un messaggio chiaro al presidente del Consiglio. Premesso di non sapersi pronunciare sulle condizioni di salute del Patto, l’ex Cavaliere afferma: «Noi siamo sempre gli stessi, finora abbiamo votato sì per amore delle riforme, anche quello che non ci convinceva, ma da oggi le cose cambieranno: voteremo solo ciò che ci convince, dopo averlo attentamente valutato».
Ma tra le materie ancora da ”valutare“ è Renzi ad escludere che possa esserci la legge elettorale. Il premier, infatti, afferma che sull’Italicum «la partita è chiusa. Non so se Berlusconi la voterà, spero di sì. Quanto al Pd – aggiunge il premier – se ne è discusso alle primarie, in direzione, alla Camera e al Senato, ma adesso basta». Se Berlusconi si sfilasse dalle riforme, dice ancora Renzi, «mi dispiacerebbe, ma le riforme si fanno lo stesso. Lui dovrebbe metterci il cappello, ma Berlusconi soffre di qualche stratega al suo fianco che gli dice che le riforme sono una schifezza, come afferma Brunetta, e devono servire solo a ricattare Renzi. Ma a me non mi ricattano, con me cascano male». Messo un invalicabile fossato di fronte ai «ricatti», il leader del Pd, peraltro, non getta neppure un ponticello verso i «piccoli partiti e i loro veti». «Se vogliono discutere, le mie porte sono sempre aperte, ma è finito il tempo del potere di veto delle piccole formazioni. Se c’è da chiarirsi ci si chiude in una stanza e si parla. Ma con gli italiani si parla di cose concrete, non della corrente interna al Pd, del Ncd, di Scelta Civica, se esiste ancora…».
NO VERTICI

Tantomeno il premier indulge alla pratica dei «vertici di maggioranza alla vecchia maniera», le «verifiche – sostiene in tv – si facevano nella prima Repubblica e si fanno a scuola. D’altra parte non è interesse dell’Ncd chiederle. Anche perché con Alfano sui temi del terrorismo e della sicurezza lavoriamo bene insieme».
La palla finisce così nella metà campo del centrodestra, che proprio sulla vicenda delle riforme ha accumulato le maggiori tensioni interne. Berlusconi, stanco delle beghe tra gli azzurri conferma la sua fiducia al cosiddetto – dalla senatrice Maria Rosaria Rossi – «duo tragico»: Gianni Letta, portandoselo alla cerimonia al Quirinale, e Denis Verdini, convocandolo a palazzo Grazioli, prima di ricevere il frondista Raffaele Fitto. L’ex Cavaliere rivendica la scelta astensionista fatta per il Colle, anche se dice che Mattarella, col suo discorso, gli ha fatto «una buona impressione» e che spera di essere presto da lui ricevuto. A farlo cambiare d’umore basterà il colloquio, definito eufemisticamente «interlocutorio» con Fitto, le cui richieste per un terremoto al vertice di Fi si sono fatte ancora più incalzanti dopo la debacle sul Quirinale.
Il leader di FI si consola con l’avvicinarsi dell’8 marzo, giorno in cui finirà di scontare la pena. Fatto che non passa indenne all’ironia di Matteo Renzi, che a Porta a Porta sottolinea: «Ieri è arrivata la notizia che Berlusconi terminerà anticipatamente la sua pena l’8 marzo. E’ la festa della donna? Notoriamente, lui è un appassionato della materia…».
Il premier, poi, si difende a 360 gradi dall’accusa di non tener fede ai patti. Il caso Letta su tutti: «Quello nei confronti di Enrico – dice Renzi a Vespa – non è stato per niente il tradimento di un patto. Se fosse stato sereno, sarebbe rimasto a palazzo Chigi. Io gli avevo detto: si va avanti fino al 2018. Ma loro hanno bloccato l’azione di governo perché puntavano ad andare al voto nel 2015…».

Il Messaggero