Riforme, al Senato riparte la conta Pd D’Alema: “Il partito è abbandonato”

14/06/2011 Roma, trasmissione Ballarò in onda su Rai Tre, nella foto Massimo D'Alema

I senatori del Pd provano a trovare un’intesa con la minoranza Dem sul ddl Riforme. Ma dai vertici del partito arriva l’altolà. Il nodo rimane sempre l’articolo 2. Il vicepresidente dei senatori Pd Giorgio Tonini aveva proposto una “modifica chirurgica” per precisare la parte relativa alla modalità di elezione, ma “solo” se alla base ci fosse stato “un accordo a prova di bomba”, forte e “leale”. Ma la modifica resta ancora un tabù.

Anche Vannino Chiti aveva dato l’ok alla proposta di Tonini, dicendo che finalmente si era imboccata la “strada giusta” e anche un altro esponente di spicco della minoranza Pd Massimo Mucchetti aveva guardato con favore alla “caduta del tabù”. A Palazzo Madama, per qualche ora, si era pensato che un accordo fosse “possibile”, come aveva commentato anche Gianni Cuperlo.

Ma nel giro di qualche ora arriva la doccia fredda dell’establishment Pd. Prima si fa sapere, off the record, da parte del governo, che la proposta di Tonini “rischia di offrire su un piatto d’argento a Pietro Grasso l’occasione per considerare emendabile l’articolo 2, con tutto ciò che ne consegue”, cioè con il rischio che con le varie proposte di modifica che si potrebbero presentare alla norma “cuore” della riforma si finirebbe con l’azzerare “tutto il lavoro fatto finora”.

E dopo intervengono Lorenzo Guerini, secondo il quale quella della modifica all’articolo 2 non è una strada percorribile, e il capogruppo alla Camera Ettore Rosato. Quest’ultimo sottolinea come da parte dell’esecutivo resti “aperta la disponibilità totale al dialogo”, ma l’articolo 2 proprio “non si può toccare”. Era e resta dunque un tabù.

Così si ricomincia. Con i giorni che passano e la dead line del 15 ottobre che si avvicina inesorabile. Obiettivo rivendicato da Renzi e dal ministro delle Riforme Maria Elena Boschi è infatti che il testo venga approvato dall’Aula di Palazzo Madama prima che si apra la sessione di bilancio, cioè prima del 16 ottobre. Ma i numeri come al solito non tornano. Secondo il premier, la maggioranza c’è e “tutto il resto è contorno”. Al Senato, assicura, “non servono forzature perché porteremo il risultato”.

Renato Brunetta non è così sicuro: a Renzi “gli mancano tra i 30 e i 40 voti”, avverte. Una previsione che in qualche modo sembra rafforzata dal capogruppo di Ncd Renato Schifani che ammette come “alcuni in Ncd potrebbero dire di no”. E’ una cosa nota, ribadisce, ma per correggerla, interviene Maurizio Lupi, ci metteremo a lavorare. Si deve arrivare, insiste l’ex ministro, a quella compattezza del gruppo invocata anche da Alfano sulle riforme. Il testo “si può migliorare – osserva Lupi – ma la condizione è che non si riparta dal via come nel gioco dell’oca. L’art. 2 può essere toccato”.

D’Alema: “Pd abbandonato, sta deperendo” – Intanto Massimo D’Alema lancia una requisitoria dura e senza appello nei confronti di chi governa un Pd “abbandonato a se stesso e che sta deperendo”, fino a non escludere di poter “dare una mano” nel caso in cui Gianni Cuperlo o Speranza decidano di interrompere la battaglia e “ricostruire altrove una sinistra italiana”. L’ex premier, con Cuperlo, è stato sopite sul palco della festa dell’Unità di Firenze. Non sono mancati gli applausi, ma nemmeno qualche contestatore, che si è affidato ai numeri (“il partito al 40%”, “gli 80 euro” ci sono stati). D’Alema riconduce la crisi dei democrat al fatto che le “speranze che erano state suscitate da Renzi sono state deluse, tanto che i sondaggi ci danno al 34%” dopo l’exploit delle elezioni europee. Ma per D’Alema uno dei punti causa del “deperimento” del partito” è il fatto “non positivo” che premier e segretario “siano la stessa persona”.

Più in generale sembra esserci qualcosa di simile ad un deficit di democrazia interna: “Maggioranza e minoranza non ci sono più, io voglio discutere”, dice D’Alema. “Non potendo fare discussioni nelle riunioni degli organismi dirigenti del partito almeno si faccia alla festa dell’Unità. I compagni vivono di ricordi”. E per far capire che il livello della discussione è carente tira in ballo anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, considerato uno degli uomini più vicini a Renzi: “C’era un compagno che diceva che se il partito dice che il bianco è nero allora è nero. Ecco, ora c’è Lotti…”.

“Renzi – dice D’Alema – dovrebbe decidere di aprire una discussione vera”. E non solo sul partito che, se “ha recuperato qualcosa, non è per l’annuncio della riduzione delle tasse, ma per il modo giusto con cui il Pd e Renzi hanno reagito al dramma immigrati, lanciando un segnale poi colto dall’elettorato di sinistra”. C’è in ballo anche la stessa architettura costituzionale: “Il problema non è il Senato elettivo, ma quale sistema democratico viene fuori. Si rischia una forma di presidenzialismo nel quale il presidente eletto nomina lui una buona parte dei deputati e con il Senato nominato dal ceto politico regionale. Se vincesse Grillo?”.

Ma la preoccupazione di D’Alema è ancora per un Pd in cui “se ne vanno milioni di nostri elettori, ma abbiamo conquistato molti altri, però nel ceto politico: Verdini, Sacconi, Cicchitto…”. C’è dunque da ricostruire una sinistra e, pur ammettendo di “non vivere nella condizione umanamente difficile in cui vivono Cuperlo e Speranza” e di non avere “né l’etò né desiderio di fondare partiti”, sia che essi decidano “di dare battaglia nel Pd sia che, in un momento che nessuno si augura, possano pensare di ricostruire altrove una sinistra italiana io – dice – darò una mano”.

Boschi: “Margini di dubbio che si possa riaprire art.2” – “Sull’articolo 2 ci sono dei margini di dubbio sul fatto che si possa riaprire, perché sarà il presidente del Senato ovviamente a decidere, come è giusto, sulla ammissibilità. A parere di molti costituzionalisti che abbiamo sentito in commissione, e a parere anche mio, è difficile che si possa riaprire l’articolo 2 su questo punto specifico, quello della composizione dell’elettività. Perché sia Camera che Senato si sono già pronunciate su questo punto in modo molto netto, chiaro”. Lo ha detto il ministro Maria Elena Boschi a FestaReggio del Pd durante un dibattito.

“Importante arrivare a soluzione complessiva” – “Credo sia importante trovare una situazione che porti a una soluzione complessiva, arrivare a dire che questa è la lettura del testo finale che poi non si riapre alla Camera, su cui c’è un accordo ampio che non si tocca. Credo che dopo anni di attesa i cittadini abbiano diritto ad avere una risposta e in tempi certi”, ha aggiunto il ministro per le Riforme sulla possibilità di una riapertura chirurgica per modificare l’art 2 del testo al Senato, avanzata dal vicepresidente dei senatori Pd Giorgio Tonini.

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