Riforma della scuola per i prof gli incarichi durano solo tre anni

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I “nuovi presidi” previsti dal ddl scuola in discussione in questi giorni nella settima Commissione della Camera dei Deputati sono senza dubbio l’oggetto di dibattito più ampio nel mondo sindacale e politico. Se da una parte l’articolo 7 della disegno di legge, amplia il loro potere decisionale su moltissime materie per agevolare il funzionamento e il perfetto compimento dell’autonomia scolastica, dall’altro suscita non poche preoccupazioni in molti comparti sindacali degli insegnanti il grande potere di composizione del corpo docenti che avranno. I presidi che saranno sempre di più dei «leader educativi» che avranno la facoltà di scegliere tre docenti nel loro istituto per comporre il «team dirigenziale» e potranno in maniera autonoma attingere il personale da un albo regionale e al termine della durata del mandato di tre anni, potranno confermare il docente oppure rimetterlo a disposizione nell’albo.
IL “MERCATO” DEI DOCENTI
Nell’ottica di una piena autonomia gestionale e di composizione del corpo insegnanti i presidi avranno anche la facoltà di chiamare direttamente gli insegnanti da altre scuole. Quindi assisteremo alla nascita di una scuola diversa, dove i dirigenti scolastici saranno anche dei selezionatori del personale, creando a detta di molti, il forte rischio di creare professori e scuole di prima e seconda categoria. Il meccanismo di composizione degli albi regionali tuttavia non avverrà nell’immediato, ma dopo un periodo stimato in 12 mesi, poiché comporre questi registri suddivisi in sezioni separate per gradi di istruzione, classi di concorso e tipologie di posto sembra un’impresa abbastanza ardua, data la mole di personale da iscrivere negli albi e considerato che i docenti dovranno prima comunicare in quale regione vorranno essere iscritti. I docenti potranno far richiesta di aderire ad un solo albo regionale ed inoltre secondo indiscrezioni, non potranno rifiutare l’incarico per più di due volte, pena l’esclusione dalle graduatorie.
ESCLUSO CHI È GIÀ DI RUOLO
La disciplina dell’iscrizione agli albi territoriali non si applicherà al personale docente già assunto a tempo indeterminato alla data di entrata in vigore della legge. A loro sarà garantito, qualora richiesto, un principio di avvicinamento sulla base di una rotazione complementare tra Uffici scolastici regionali. La riforma prevede dunque una lunga fase di transizione, nella quale gli insegnanti si divideranno in due categorie: quelli con più anzianità di servizio, ai quali si applica il vecchio regime e dunque conservano il loro posto attuale; e i nuovi assunti, che entrano negli albi territoriali e ottengono il loro posto triennale sulla base della chiamata diretta del preside.
LA PROTESTA DEI PRESIDI
Ma “da grandi poteri derivano anche grandi responsabilità” e quindi anche i presidi saranno sottoposti ad una stringente valutazione che li potrebbe anche portare, nel caso del non raggiungimento degli obiettivi, a retrocedere, cioè a tornare dietro una cattedra ad insegnare. Ipotesi che non va giù all’Associazione nazionale presidi. La vicepresidente Lidia Cianfriglia riconosce che «il disegno di legge di riforma dell’Istruzione sembra finalmente riconoscere, almeno nella dichiarazione iniziale dell’articolo 7, la centralità del ruolo del dirigente, che ha la responsabilità di organizzare e guidare un’istituzione molto complessa verso obiettivi condivisi dalla comunità della scuola che dirige». Tuttavia la dichiarazione di qualche giorno fa del ministro Giannini – prosegue la Cianfriglia – «ha una pericolosa superficialità» perché «prevede che periodicamente il dirigente debba tornare in cattedra. Se non si trattasse di una svista, visto che di questo nel disegno di legge non c’è traccia, la Giannini denoterebbe una scarsa conoscenza delle profonde differenze tra una figura professionale, come quella della docenza, e quella dirigenziale che ha competenze e responsabilità completamente diverse». I nuovi presidi, ritenuti da molti i grandi privilegiati da questa riforma, sembrano invece non voler fare sconti di nessun tipo al governo.

Il Messaggero