Renzi visita il campo profughi: genocidio, batteremo il terrore

PD: RENZI, C'E UNA SINISTRA OSSESSIONATA DA DENARO

ROMA Il sesto aereo italiano, pieno di viveri, acqua e equipaggiamenti, è da poco atterrato nel campo profughi di Erbil, nel Kurdistan iracheno. E non molto più tardi, in quel luogo di paura e di dolore, arriva Matteo Renzi, che è già stato a Baghdad e si è direttamente reso conto della tragedia in corso, del Califfato che avanza, dell’obbligo morale di intervenire da parte dell’Europa in difesa delle popolazioni minacciate dagli jihadisti. «Questa battaglia contro il terrore noi la vinceremo, voi la vincerete», assicura il premier italiano, in veste anche di presidente di turno del semestre europeo, ai suoi interlocutori. Lo dice al premier iracheno incaticato, al-Abadi, lo dice al capo del governo uscente, al-Maliki, lo dice al presidente della regione curda Massud Barzani (il quale tra l’altro gli sottopone questo calcolo dell’orrore: «In soli 4 chilometri sono state individuate 272 mine») e lo dice agli altri interlocutori nei palazzi e nel campo profughi. E prima di andare via: «Avevo vent’anni – racconta Renzi – e allora la comunità internazionale rimase zitta e ferma di fronte al genocidio di Srebrenica. Molti della mia generazione giurarono: mai più!». Il «mai più!» di Renzi lo ha portato quaggiù, in una missione che è umanitaria e serve allo stesso tempo a rafforzare il peso italiano nelle aree del mondo in crisi e nelle dinamiche mondiali (Barzani gli dice: «L’Italia è il primo Paese a venire da noi in un momento così drammatico») e a dimostrare che l’Europa interviene e «non volta le spalle» di fronte a tragedie come questa. 
LE TENDE, LE CASE
«L’Europa – dice Renzi, e twitta anche il concetto prima di atterrare – non è solo lo spread, è anche un’idea di mondo e di dignità dell’uomo». E ancora: «L’Europa deve vedere che la battaglia contro il terrore non è alla sua periferia, ma nel cuore dell’Europa stessa». 
Girando attraverso il campo profughi, l’immagine del genocidio gli cresce nello sguardo. «Ora la situazione è diversa – spiegherà poi – ma ciò che accade in certe zone dell’Iraq e della Siria è proprio uguale a un genocidio. Donne divise dagli uomini, bambini fucilati, giornalisti decapitati. L’Europa può permettersi tutto, tranne il silenzio». Vede i profughi e commenta: «Dobbiamo fare in modo che chi è rifugiato torni a casa. E’ giusto che restino a casa loro, che è stata per secoli un luogo di convivenza e di civiltà. Oggi, il rischio è quello di consegnare una storia millenaria di convivenza al califfato, al terrorismo, al fanatismo». 
Parole che sono in linea con l’impegno che, nelle stesse ora in cui Renzi è in Iraq, il Parlamento italiano ha deciso di darsi per la difesa delle popolazioni aggredite dalla Jihad. 
LA PRESIDENZA 
Il premier, che ha voluto portare la questione del rifornimento di armi ai curdi presso le commissioni di Camera e Senato, si mostra molto soddisfatto della risposta dei deputati e dei senatori. Che qualcuno sintetizza così: «L’importante in Iraq è esserci, come diceva il generale americano Petraeus, lui che a rimettere a posto quell’area c’era riuscito». Adesso il premier italiano, volando personalmente a Baghdad e a Erbil, indica come cruciale quel luogo di crisi («L’Europa in questi giorni dev’essere qui, altrimenti non è Europa. E chi vuole un’Europa che volti le spalle ai massacri o sbaglia previsione o sbaglia semestre») e lo rende terreno privilegiato su cui mostrare un nuovo protagonismo sia dell’Italia sia del Vecchio Continente (nel consiglio europeo di fine agosto Renzi ha assicurato che verrà posta la questione irachena). Di fatto, in Iraq, il presidente americano Obama per ora ha mandato soltanto il segretario di Stato, John Kerry, e il premier inglese si limita a passare in rassegna gli aiuti umanitari prima della partenza verso la regione curda. Renzi è andato a vedere personalmente come si sta svolgendo in regime change a Baghdad, condizione necessaria per concedere gli aiuti umanitari, ed è stato uno dei primi leader occidentali a parlare con al-Abadi dopo la nomina a capo del governo (la lotta al terrorismo come tema principale, e i due primi ministri hanno anche fatto riferimento alla decapitazione del giornalista americano James Foley per mano dei jihadisti). Si stanno insomma ridisegnando tutti gli equilibri medio-orientali e l’Italia – Mogherini sì o no come ministra Ue – prova a guidare la politica estera europea in quest’area. 

IL MESSAGGERO