Renzi sul voto in due giorni: “La richiesta era dei partiti d’opposizione, non temo l’election day”

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La ricostruzione di Matteo Renzi ha un punto di partenza: “Non me n’è mai fregato nulla di fare le elezioni in due giorni. Anzi, fin dalla prima Leopolda noi abbiamo sostenuto l’Election day ed eravamo contrari all’ipotesi del raddoppio”. Questo non significa che alla fine il premier fosse contrario ad allungare le date favorendo la partecipazione. “Abbiamo verificato i costi – spiega raccontando il dietrofront ai suoi collaboratori – Lasciare aperti i seggi sarebbe costato 4 milioni e 800 mila euro in più. Anche se non ero d’accordo mi sembrava una scelta di buon senso votare anche lunedì. Mi sono detto: perché no?”.

Alla fine, la risposta è stata: perché no. Il governo ci ha ripensato e il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha dovuto annullare il decreto legge che fissava il voto di domenica e lunedì. Per Renzi non era una battaglia campale, ma adesso è abbastanza infuriato per la polemica delle opposizioni. “Hanno contestato la decisione del 5 giugno perché coincideva con il ponte del 2. Ma il 15 maggio, domenica scorsa, non si poteva fare perché si svolgeva la festa degli Alpini. Il 12 giugno è una festa ebraica. Abbiamo individuato il 5. Reazione delle opposizioni: “Vergogna. Renzi è in difficoltà nei comuni e ha paura dell’affluenza”. Ma io non ho paura…”.

Renzi racconta un’altra storia ai suoi interlocutori: “Mi hanno cercato Stefano Parisi, il candidato del centrodestra a Milano, e Alfio Marchini, lo sfidante di Forza Italia a Roma. Mi hanno chiesto di allungare le date. Ci ho pensato, abbiamo fatto i conti. Qualcuno spara la cifra folle di 600 milioni di spese aggiuntive, qualcun altro parla di 100 milioni. Verifichiamo bene, ho detto io. Spunta fuori che sono 4,8 milioni. Gli scrutatori mica si pagano a ore e l’organizzazione logistica costa la stessa cifra per un giorno o due. Si pagano in più solo gli straordinari delle forze dell’ordine che vigilano sui seggi”. A quel punto Renzi e Alfano decidono di procedere. “Apriti cielo. Non facciamo in tempo a dirlo che ci saltano addosso. Una cosa impressionante, tutte le opposizioni attaccano a testa bassa. La situazione è rovesciata ma l’argomento rimane lo stesso: Renzi ha comunque paura, per questo vuole votare in due giorni”.

In realtà, molti hanno collegato le amministrative al referendum costituzionale di ottobre. Ovvero, il raddoppio del 5 e 6 giugno era la premessa al raddoppio per la consultazione sulla legge Boschi, la grande sfida renziana. I due giorni avrebbero “stimolato” la vittoria del Sì. Renzi, davanti ai suoi interlocutori, sorride: “Ma noi faremo una campagna referendaria di tali dimensioni che non cambia niente se si vota solo di domenica o di domenica e lunedì. Lo vedrete. Detto questo, è chiaro che se avessimo fatto il raddoppio per le comunali sarebbe stato valido anche per il referendum. Se lo fai, lo fai sempre”.

L’impressione è che Renzi si sia sfilato appena in tempo da un tormentone. In questo senso erano rivelatrici le parole dure di Enrico Letta che pure al referendum voterà sì. Il coro unanime favorevole al raddoppio (da Forza Italia, alla Lega, a Fd’I fino alla minoranza del Pd) non lo avrebbe messo al riparo da una lunga polemica che si sarebbe trascinata fino a ottobre. Meglio soprassedere sebbene lo stesso Sergio Mattarella avesse mandato segnali positivi sull’ipotesi del voto di lunedì. “Non lo volevo fare – insiste il premier con i suoi interlocutori – ma per non dare l’idea di essere sempre polemici e che non ascolto mai nessuno ero pronto al decreto”.

Ci si è messo anche Renato Brunetta. Il capogruppo di Fi voleva il raddoppio alle comunali ma non al referendum. Renzi ha paura, era la tesi di Brunetta. “Di nuovo – ribatte il presidente del Consiglio scherzando – . Sapete come finisce? Ve lo dico io. Fra qualche giorno saranno i candidati sindaci del centrodestra a lamentarsi con Berlusconi per il pasticcio combinato da Brunetta, per il suo ennesimo arzigogolo che si trasforma in autogol”.

Così il decreto finisce nel cassetto, sepolto anche in vista di ottobre. “Ora mi faccio un girello”, saluta il premier
congedando i collaboratori. Oggi firmerà i patti per il Sud a Campobasso, l’Aquila e Bari. A Roma riunirà i segretari regionalie e provinciali del Pd, poi la segreteria e infine, la sera, i gruppi parlamentari dem. Il dietrofront sul raddoppio è già archiviato.

La Repubblica