Renzi: subito il piano Ue da 200 miliardi

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Jean Claude Juncker, presidente in pectore del nuovo governo europeo, la nomina se la deve ancora sudare. Matteo Renzi, in tandem con il presidente francese Francois Holland, ha fatto scattare un pressing forsennato in vista del discorso dell’ex premier lussemburghese domani all’Europarlamento e soprattutto alla vigilia del voto di fiducia di mercoledì giudicato «insidioso».
I SETTORI STRATEGICI

Italia e Francia, come anticipato da Graziano Delrio a “Il Messaggero”, chiedono al futuro presidente della Commissione di mettere nero su bianco la proposta di un «piano straordinario di investimenti» da qui al 2019, nei settori giudicati strategici per far ripartire crescita e occupazione: infrastrutture, telecomunicazioni, digitale, ricerca, istruzione, innovazione, formazione, trasporti. Roba da 200 miliardi. Soldi contanti che dovrebbero essere ricavati attingendo ai fondi della Banca europea per gli investimenti (Bei), che dovrebbe essere rifinanziata ad hoc, e battezzando i tanto attesi project bond. Soldi che, insieme alla «maggiore flessibilità delle regole europee in cambio di riforme» e alla revisione dei rapporti di cofinanziamento nazionale dei fondi strutturali, dovranno comporre secondo la strategia di Renzi e Hollande, «il nuovo mosaico della politica economica europea».
LA RICHIESTA ITALO-FRANCESE

Il pressing ormai avviene alla luce del sole, come dimostrano le parole di Sandro Gozi: «Da Juncker ci aspettiamo un impegno chiaro e la piena attuazione dell’agenda strategica di Van Rompuy. Non solo nell’applicazione favorevole alla crescita delle regole di bilancio», afferma il sottosegretario alle politiche europee, «ma anche e soprattutto nell’impegno della nuova Commissione a mobilitare le risorse comunitarie, partendo da un miglior uso della Bei e dallo sviluppo reale dei project bond finora utilizzati per la cifra irrisoria di 200 milioni, per favorire gli investimenti nei settori indicati come nuove priorità per la crescita e l’occupazione. Questa per noi è una priorità assoluta».
C’è da dire che Juncker, informalmente, ha già fatto qualche apertura alla nuova commissione economica dell’Europarlamento presieduta da Roberto Gualtieri. E c’è che aggiungere che perfino Angela Merkel, alle prese con un calo della produzione industriale e sondata ripetutamente da Renzi, sembra ben disposta. In gioco, secondo il premier italiano e presidente di turno dell’Unione, «non è solo il futuro dell’Italia, ma dell’intera Europa». «Va assolutamente mutato il modello della politica economica comunitaria», ha detto Renzi in un’intervista al Corsera, «l’Italia è forte, il problema è l’Europa che ha finora scelto un modello basato tanto sul rigore e poco sulla crescita».
In ogni caso, il varo del «piano straordinario» non sarà questione di giorni. «Se va bene, visto che si tratta di rendere efficace l’azione della Bei e di attuare i project bond rimasti finora come semplice progetto pilota», dice una fonte dell’Europarlamento, «verrà attuato in un anno, un anno e mezzo». Nel frattempo Renzi, all’Ecofin informale di settembre e nel Consiglio europeo in programma a ottobre, cercherà di comporre gli altri due tasselli del mosaico. Il primo è, appunto, la revisione dei rapporti di cofinanziamento dei fondi strutturali. Attualmente per ogni euro proveniente da Bruxelles, ciascuno Stato ne deve aggiungerne un altro di tasca propria gravando sul deficit. Renzi invece propone di alzare la quota comunitaria dell’80-90%, riducendo al 20-10% il cofinanziamento nazionale. Oppure, in alternativa, non computare nel deficit il cofinanziamento. Il secondo tassello è la maggiore flessibilità nell’applicazione delle regole di bilancio, per quei Paesi che realizzano riforme strutturali. Vale a dire: più tempo per il rientro del debito e il pareggio di bilancio. Difficile, invece, che Renzi e Holland riescano a ottenere di non calcolare nel deficit le spese per investimenti. Merkel e gli alfieri del rigore sono decisamente contrari.

Il Messaggero