Renzi stacca la spina: “Ora basta”. E nel Pd è già partito il totonomi

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Da ore, ben prima dell’annuncio atteso tutto il giorno, la domanda che assilla i dirigenti Pd è quale sia l’exit strategy per uscire dal disastro capitolino. E dopo l’annuncio del sindaco, è un’altra: che cosa ha in serbo ora? Ma la linea ormai è che Marino è il passato e bisogna preparare le elezioni di maggio, anche se il Pd e il suo leader arrivano impreparati a questo sbocco: perché tutti pensavano di poter «scavallare» il problema fino al 2017 e nessuno aveva ancora pensato ad una prospettiva ora tutta da definire.

Renzi già dalla sera prima con Orfini fissa una linea senza appello, «ora basta, non si può andare avanti così, si dimetta, altrimenti lo mandiamo a casa noi».

Una linea motivata dal fatto che col Giubileo alle porte, l’azione dell’amministrazione non può essere paralizzata, tutta l’attenzione è concentrata da settimane su vacanze e bollette, «insomma così è impossibile proseguire». Tocca a Orfini, chiuso ieri al Nazareno con Guerini e gli assessori dimissionari, gestire la patata bollente, senza che vi sia però ancora una exit strategy sull’approdo, cioè su come predisporsi ad un voto dato per certo a maggio 2016. Insieme alla tornata di amministrative già non facile da gestire che vedrà coinvolte le grandi città, Torino, Milano, Bologna, Napoli. Manca un candidato per Roma, varie ipotesi vengono analizzate nei cerchi larghi e stretti dei renziani, senza però una soluzione. Quella di candidare un uomo di stato come Franco Gabrielli è in primo piano: ma «per fare il commissario dovrebbe dimettersi da prefetto», spiegano i renziani. Tradotto, visto che il governo entro tre settimane dovrà nominare il commissario capitolino, se Gabrielli non vestisse i panni del traghettatore fino alle elezioni, sarebbe più complicato far crescere la sua candidatura, che pure resta in ballo.

«Per come conosco Matteo tirerà fuori un nome di eccellenza, una personalità in grado di spiazzare tutti», è la previsione di uno dei deputati più vicini, il fiorentino David Ermini, responsabile giustizia mandato a fare il commissario del Pd in Liguria. È quello che i renziani addetti alla strategia, in assenza di Renzi partito per Bologna con il quale nessuno ha ancora parlato del dopo, chiamano il «teorema Proietti o teorema Verdone, ma a titolo di esempi»: ovvero un nome di una personalità della società civile amata dai romani, su cui magari provare nei prossimi mesi a costruire una candidatura. Che non dovrebbe in quel caso avere alcuna corrispondenza col Pd capitolino uscito a pezzi da questa vicenda.

Perché anche altre possibili ipotesi sono ormai considerate poco realistiche: quella di candidare Giachetti, forse la preferita dal premier, si scontra col fatto che il vicepresidente della Camera ha fatto sapere che non è disponibile, anche Gentiloni, titolare degli Esteri, è fuori orbita; e perfino l’ipotesi Orfini perde quota.

Alla Camera Matteo Richetti è in vena di battute, «ci faremo dare un nome dal Papa», e non scarta l’ipotesi più insistente che circola, quella che il Pd offra un appoggio ad Alfio Marchini: che però viene dato in procinto di stringere accordi col centrodestra. «Non escludiamo che Matteo voglia parlarci per capire bene», azzarda un altro renziano del cerchio stretto. Da oggi il premier comincerà a pensarci seriamente, in attesa di avere sul tavolo qualche sondaggio per orientarsi.

La Stampa