Renzi soddisfatto: minoranza nel caos E avverte Berlusconi: ora il dossier Rai

EVENTO "TED X FIRENZE: INNOVAZIONE E OTTIMISMO"

«Contenti loro…» Matteo Renzi ha davanti il report con la prima giornata di voto alla Camera sulle riforme costituzionali. Il suo partito ha retto in maniera egregia respingendo anche l’insidiosa richiesta di riportare in Commissione l’intera riforma. Lo spappolamento è andato in scena nel gruppo di FI che in mattinata contava la metà dei deputati. «Andiamo avanti in maniera compatta e mantenendo gli accordi su ogni emendamento. Non reggono…». Il premier sa che dentro il partito azzurro la tensione è fortissima e che alla Camera il capogruppo Brunetta è contestato sia dalla pattuglia fittiana sia dall’ala berlusconiana. I risultati non mancano. «Abbiamo votato un po’ a favore e un po’ contro», spiega sconsolato un deputato di FI. Stessa scena a palazzo Madama dove Paolo Romani riesce a portare fuori dall’aula, nel tentativo di far mancare il numero legale, solo metà dei suoi. «Ma non dovevamo fare opposizione?», si chiede alla buvette l’ex ministro Anna Maria Bernini.
EVENTO
Il disorientamento dentro il partito azzurro lascia spazio ai mediatori di palazzo Chigi e i contatti con gli ambasciatori berlusconiani, Verdini e Letta, sono ripresi da ieri dopo qualche giorno di freddo. Il timore di una rappresaglia del Rottamatore è fortissimo anche perché – sostengono – gli interessi del Cavaliere sono molto vasti e noti. Malgrado la contrarietà di tutta la filiera aziendale dei suoi collaboratori, figli compresi, Berlusconi – che ieri ha riunito i capigruppo a palazzo Grazioli – non intende mollare e vuole farla pagare al «traditore» Renzi. Oggi lo ripeterà alla riunione dei gruppi. In programma, evento eccezionale, tre ore di dibattito durante il quale il Cavaliere parlerà del Patto del Nazareno come «patto alto», che «abbiamo contribuito a scrivere anche se abbiamo dovuto accettare modifiche che non condividevamo del tutto». Il Cavaliere è ancora convinto che prima o poi Renzi avrà bisogno del soccorso azzurro. Di parere opposto è invece l’inquilino di palazzo Chigi che ieri sera, dopo il consiglio dei ministri, ha aperto il file della riforma della Rai. «Nulla a che vedere con il piano Gubitosi e il parere della Vigilanza», sostengono a palazzo Chigi. La riforma del servizio pubblico e della sua governance sono uno dei punti del programma dei Millegiorni e dopo il successo ottenuto con la vendita di Raiway, Renzi si è convinto che occorra accelerare nel riformare l’azienda di viale Mazzini spezzando del tutto quel duopolio che negli anni scorsi l’ha legata a Mediaset al punto da decidere insieme la cacciata di Sky dalla piattaforma e la perdita secca di 400 milioni in sette anni. Se i 50 milioni in più che Rai e Mediaset dovranno pagare per le frequenze tv sono state interpretate dai giornali vicino al Cavaliere come una ritorsione, una riforma che renda più efficiente il servizio pubblico verrà vista come fumo negli occhi. Renzi ancora si ricorda i cinque microfoni di cinque diversi tg della Rai al G20 di Brisbane. Così come considera poco servizio pubblico alcuni programmi giornalistici con i quali ha avuto modo di polemizzare anche di recente.
DERIVA
In attesa di comprendere quale sia la linea dell’altro contraente il Patto del Nazareno, Renzi tira diritto tenendo compatta la maggioranza e il suo partito. La direzione del Pd, convocata per lunedì, servirà proprio per fare il punto sulle riforme e sui passaggi parlamentari più impegnativi dove la minoranza interna vorrebbe venisse applicato il metodo Mattarella. Al dialogo con la minoranza interna, ripreso con l’elezione del Capo dello Stato, il presidente del Consiglio non intende rinunciare ed è possibile che conceda qualcosa su jobs act e delega fiscale senza però smentire l’alleato centrista. Resta però difficile, se non impossibile, che si possa aprire sulla legge elettorale o su parti decisive della riforma costituzionale. Malgrado Berlusconi lo speri, Renzi non intende spostare a sinistra l’equilibrio della sua maggioranza e lo scontro di ieri in aula del Pd con Sel lo dimostra. La ritrovata sintonia tra Renzi e Alfano si spiega con il comune interesse a non concedere nessuno spazio a FI che non sia l’alleanza con la Lega lepenista e anti euro di Salvini.

Il Messaggero