Renzi: sì all’Italicum anche se FI crolla

MATTEO RENZI

ROMA «La priorità adesso è la riforma del Senato, ma l’Italicum non è sul binario morto. Tutt’altro, si farà a giugno». Matteo Renzi, nel day after dell’incontro con Silvio Berlusconi e nel giorno in cui il Tribunale di Milano ha deciso l’affido ai servizi sociali per l’ex premier, si gode il rilancio del Patto del Nazareno e non arretra sulla legge elettorale.
Eppure, nel Pd e tra gli alleati di governo (Angelino Alfano in testa) c’è chi spera che il probabile tracollo di Forza Italia alle elezioni europee del 25 maggio spinga Renzi a rinunciare alla riforma elettorale scritta insieme a Berlusconi. Il premier, però, non ne vuole sentire parlare. Ed esclude qualsiasi automatismo tra tenuta elettorale del Cavaliere e patto sull’Italicum. «Tanto più», osserva il suo braccio destro Lorenzo Guerini, «che le elezioni europee non incideranno sulla rappresentanza parlamentare di Forza Italia. E Berlusconi, come ha confermato l’altra sera, vuole tenere fede all’impegno». In estrema sintesi: «L’Italicum non è a rischio, non c’è alcun collegamento tra voto europee e riforma elettorale».
«LA RIFORMA NON SI TOCCA»
Nell’entourage del premier-segretario si osserva che «sarebbe del tutto sbagliato inseguire il contingente e gli umori del momento». Spiegazione: «Due mesi fa la minoranza del partito ci ha messo in croce sostenendo che bisognava alzare al 40% la soglia oltre la quale scatterà il ballottaggio, in quanto Berlusconi con la sua capacità di aggregazione poteva superare il 37% al primo turno. Ora invece si sostiene che evaporerà… Le situazioni in Italia cambiano molto rapidamente e non si può fare una legge elettorale inseguendo l’ultimo sondaggio». Conclusione: «Si va avanti con determinazione». «Tanto più che inseguire i risultati elettorali non è utile», osserva il renziano Paolo Gentiloni, «Grillo già alle elezioni politiche di un anno fa era davanti a Berlusconi. Ma l’Italicum prevede il ballottaggio tra coalizioni e il centrodestra è ancora 6-7 punti avanti ai Cinque stelle. Dunque…».
L’altra sera Renzi e Berlusconi hanno parlato anche della riforma del Senato. Prima però l’ex premier si è concesso uno sfogo: «Vogliono togliermi il diritto di parlare. Ma io non ci rinuncio». Osservazione di Renzi: «Credo che sia giusto che ti venga concessa la possibilità di fare campagna elettorale». E ieri, dopo la sentenza del Tribunale milanese, il premier ha commentato con i suoi: «Prendo atto, sono contento per Berlusconi». Riguardo alla riforma di palazzo Madama, il premier ha concesso alcune aperture, come rivedere il peso della rappresentanza delle Regioni in ragione della popolazione: la Valle d’Aosta avrà meno rappresentanti di quanti ne avrà la Lombardia o il Lazio. «Potremo ragionare anche sulle funzioni del Senato e compiere alcuni approfondimenti», ha aggiunto Renzi, «ma non ci dovranno essere eletti, né stipendi, né il voto di fiducia».
FI RINUNCIA ALL’OSTRUZIONISMO
Proprio ieri il premier si è preso una rivincita con i senatori ribelli del Pd guidati da Vannino Chiti. Tramite il capogruppo Luigi Zanda, Renzi ha stabilito il principio che tutte le posizioni verranno garantite, ma nel solco dei voti della Direzione. Insomma: «Si discute, si vota e poi la minoranza si uniforma». Ebbene, quando Zanda ha messo ai voti il mandato ad Anna Finocchiaro a stendere un testo condiviso, a favore della posizione di Chiti (che non ha ritirato il suo ddl) hanno votato solo 11 senatori. Erano 22 alla vigilia. E anche Pierluigi Bersani scarica Chiti: «La sua proposta mantiene dignità in quanto non è fatta da un manipolo di ubriachi, ma va ricondotta a una dinamica di gruppo». Renzi vede vicino il traguardo del sì del Senato entro il 25 maggio: «In Commissione faremo sedute notturne, se servisse. Ma Forza Italia ha già ritirato 50 iscritti a parlare…», annuncia la Finocchiaro. «Segno che l’intesa tiene», festeggia il ministro Maria Elena Boschi. Il premier a sera, dopo una riunione sulla spending review, twitta felice: «Giornata di lavoro su carte e documenti. Era dai tempi del liceo che non studiavo così tanto. Ma bene, molto bene. È proprio #lavoltabuona».