Renzi sfida la fronda: avanti sull’art. 18

RENZI

Novello Mao che era solito dire «grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente», Matteo Renzi ai suoi l’ha detto chiaro: «Dopo tutte queste storie sull’articolo 18 io vado avanti con ancora maggiore determinazione». Un altolà, una doccia fredda a calmare i bollenti spiriti che già da qualche giorno si agitano dentro il Pd, spaccato come non mai su quello che viene definito «un attacco ai diritti» o, peggio, «un programma tipico della destra». Non è parso vero all’opposizione interna a Renzi scendere in campo al grido di “giù le mani dall’art. 18”. Solo che questa volta di là della barricata non c’è Silvio Berlusconi, non il ministro del Lavoro Bobo Maroni (era il 2002), ma il proprio segretario nonché premier del governo di cui si fa parte. Ma tant’è. La componente bersanian-dalemiana sul 18 è saltata su come fosse l’ultimo metrò, e non intende scenderne tanto facilmente. Attacca Pierluigi Bersani: «Voglio vederci chiaro, con questa storia delle tutele crescenti Renzi pensa di aggirare l’ostacolo, di dare un segnale all’Europa e poi girarci attorno, ma non ci caschiamo, l’idea che se c’è la crisi è colpa del 18 non la beve nessuno».
LE TAPPE
Ci sarà un primo passaggio interno al Pd alla direzione convocata per il 29, e lì si annunciano interventi a raffica contro. Alle minoranze del Pd non pare vero di aver trovato una piattaforma concreta per lanciare la sfida alla leadership renziana. Spiega Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro e presidente della commissione di Montecitorio: «Legge di stabilità, pareggio di bilancio, articolo 18 e preferenze nella legge elettorale sono i quattro punti di una piattaforma di contrasto». Viene alla mente quell’altro scontro epocale che risale all’84, quando Bettino Craxi lanciò la sfida sulla scala mobile e il Pci di Berlinguer si buttò a capofitto sul referendum pensando di vincerlo a man bassa, una battaglia di maggioranza, pensavano allora. Nello scontro annunciato di adesso, i toni sono ben diversi, sono più da battaglia persa in anticipo. «Siamo pronti a una battaglia di minoranza, su una piattaforma per una sinistra che abbia ancora un senso», scandisce Damiano. L’altra piccola sinistra interna al Pd, quella di Pippo Civati, ha lanciato l’idea di un referendum tra gli iscritti, «andiamo a vedere che ne pensa la base», la sfida civatiana. Mentre altri settori del partito già scaldano i motori pensando a intese con Vendola passando per la Cgil e Landini, prove generali per un partito alla sinistra del Pd che difficilmente raggiungerebbe le due cifre, sempre che si riesca a farlo. «Non va sottovalutata la portata simbolica del tema, in grado di riunificare addirittura le sigle sindacali», avverte Sergio D’Antoni, ex leader cislino, «nessuno vorrà lasciare ad altri la bandiera, e se non ti muovi bene rischi di trovarti contro tutti, anche Bonanni, Angeletti e l’Ugl». E’ uno dei motivi per cui difficilmente il governo ricorrerà a un decreto, «rischia di scatenare la piazza». Dunque?
La battaglia vera sarà al momento dell’arrivo del provvedimento in aula, lì bisognerà decidere come votare e per i dissidenti si porrà il solito annoso problema: votare no ponendosi di fatto fuori dal partito, o allinearsi? La cosa più prevedibile è che alla fine il governo metta la fiducia, una via d’uscita per i dissidenti che voterebbero sì turandosi il naso e senza rimorsi di coscienza. L’altra strada sarebbe aggirare il dissenso facendo passare il testo con i voti anche di FI. «Noi stiamo lì pronti, se la sinistra si sfila, è il momento delle forze liberali di farsi valere, sarebbe come votare il testo di Ichino, uno nostro», spiega speranzoso Andrea Mazzioti capogruppo di Scelta civica. Ma è una strada che Renzi non intende affatto percorrere.

Il Messaggero