Renzi, scontro con la Merkel «Discussione tosta e accesa»

MATTEO RENZI

BRUXELLES L’Eurosummit non è finito come voleva Matteo Renzi. L’Italia dovrà sborsare più di quanto il premier aveva previsto per evitare la bocciatura della legge di stabilità: 3,2 miliardi di euro, più o meno tutto il “tesoretto” accantonato dal governo per la trattativa. Soprattutto, non è passata la linea cara al premier italiano: in Europa le virgole e i decimali, le regole tecniche, contano ancora di più di quella che Renzi chiama «visione politica». Insomma, un altro vertice europeo in cui è stata data maggiore importanza alla tenuta dei conti e minor rilievo alle esigenze della crescita. Così, dopo aver cancellato la conferenza stampa di rito, Renzi uscendo da palazzo Justus Lipsius usa parole e slogan che manifestano il disappunto. La prima: «Il governo italiano rispetta tutti, ma non guarda in faccia a nessuno». La terza: «Non sono qui a prendere lezioni e reprimende».
BOTTA E RISPOSTA
A Renzi, la lezione, ha tentato di impartirla Angela Merkel. Il premier italiano aveva appena preso la parola davanti al plenum del Consiglio. Aveva detto: «Bisogna cambiare l’impostazione delle politiche economiche seguite finora, l’austerità sta mettendo a rischio la ripresa». Aveva aggiunto: «L’Europa sta sottovalutando i pericoli, non avvitiamoci sulle virgole e i decimali, sulle questioni tecniche e di bilancio». Parole che hanno suscitato la stizzita reazione della Cancelliera tedesca, che si è spinta fino a paragonare Renzi a Silvio Berlusconi: «Qui è il caso di ricordare cosa è accaduto tre anni fa, nel 2011. Non vorrei vedere di nuovo l’Italia in una situazione di grave fragilità…». Per poi concludere: «Non potete fare nuovo debito, non potete disattendere gli impegni». Tant’è che in base a quanto risulta, l’Italia dovrà stare molto attenta a non sforare anche di un solo decimale, pena una procedura per debito eccessivo.
Mesi e mesi a parlare di piani per la crescita, di minor rigore e più investimenti, ed eccoti di nuovo la Cancelliera con la faccia feroce. Ecco evaporare (o quantomeno rinviare) il sogno di «far voltare pagina all’Europa». Ed ecco spiegato perché all’uscita, prima di salire in macchina, Renzi parla di «discussione tosta e accesa». Ancora una volta il rigore ha avuto la meglio sulla flessibilità che dovrebbe essere suggerita, secondo il capo del governo, «dalle circostanze eccezionali previste dai Trattati» (tre anni di recessione e il rischio concreto di deflazione) e dal varo di «importantissime riforme strutturali, che hanno un costo economico e sociale e dunque vanno sostenute e premiate».
A Roma, inoltre, non è stato concesso nulla di più di quanto sia stato concesso a Parigi, che viaggia a un rapporto deficit-Pil del 4,4% (l’Italia è al 2,9%). Renzi invece, uscendo di mattina dall’hotel, si era dichiarato sicuro di «chiudere meglio dei francesi». Soprattutto, per evitare la bocciatura della legge di stabilità, il governo dovrà gettare sul piatto quasi l’intero “tesoretto” accantonato dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, portando il taglio del deficit strutturale dallo 0,1% allo 0,3% del Pil. Mentre, sempre in mattinata, gli sherpa italiani speravano di attestarsi «al massimo allo 0,25%».
Nel pomeriggio, a certificare l’intesa a un passo, è proprio Renzi. «Presidente, allora si chiude allo 0,3%?», è la domanda che rincorre il premier mentre sale in auto. La risposta: «Si chiude su quello che sapete…».
L’accordo in queste ore viene affinato dai tecnici dell’Economia e della Commissione. Ma l’intesa sarà «condizionata»: soltanto dopo la verifica conclusiva delle coperture e dei tagli, Bruxelles darà il definitivo via libera alla legge di stabilità. Una legge che neppure la Merkel ha interesse a bocciare, pena il rischio di nuove tempeste finanziarie.

IL MESSAGGERO