Renzi rilancia: ora riforme a raffica

MATTEO RENZI 7

ROMA Un nugolo di riforme attende il Parlamento. Una vera e propria “campagna di primavera” fatta di ddl e di decreti, riguardanti le più svariate materie. Si va dalle banche popolari alla lotta alla corruzione; dal divorzio breve alla prescrizione, dal falso in bilancio alla riforma della pubblica amministrazione, al terzo settore, alle missioni all’estero e alla scuola.
E stanno sempre lì, pronti a ricevere il disco verde definitivo o quasi definitivo, la legge elettorale e la riforma del Senato, due tra i provvedimenti ai quali Matteo Renzi tiene di più. Sullo sfondo, ma neanche tanto, la riforma della Rai annunciata e promessa. Per il premier si pone un problema: procedere a colpi di decreto come un ariete, o addivenire a più miti consigli, visto che il patto del Nazareno non si sa che fine abbia fatto se non figura ormai tra i cari estinti, mentre delle cosiddette aperture di Beppe Grillo vatti a fidare. Nasce da qui, da una incertezza sulla tenuta parlamentare, l’idea che è sembrata fare capolino a palazzo Chigi di promettere d’ora in poi «meno decreti».
LA TATTICA
La tattica renziana sembra quella classica del bastone e della carota: quest’ultima, è racchiusa nella promessa di meno decreti; la prima, sta nel ribadire come un mantra che le riforme vanno fatte assolutamente, che erano e rimangono la ragione principe di questo governo, e se venissero sabotate altra strada non ci sarebbe se non il ricorso alle urne.
Come finirà? Si vedrà presto, già la prossima settimana, quando andrà in votazione alla Camera il ddl costituzionale sulla riforma del Senato, mentre per il capitolo decreti ecco quello sulle banche popolari che ha già sollevato notevoli contrasti. Per preparare questa accelerazione Renzi, parlando con i suoi, ricorda i segnali positivi che stanno arrivando (come lo spread sotto i 90 punti), dice che dopo il semestre italiano in Europa, su crescita e flessibilità, è cambiato tutto. Quindi bisogna afferrare l’occasione, riflettono a Palazzo Chigi, tanto più che a destra sono divisi: «Noi siamo quelli della speranza e della proposta, loro quelli della rabbia e della protesta».
Ma alla buona volontà del premier non è corrisposto finora analogo feeling da altri versanti. C’è la minoranza interna del Pd che continua a punzecchiare: «O si cambia il ddl sul Senato o si cambia l’Italicum, no alle liste bloccate», ripete ogni giorno Miguel Gotor, come a voler ribadire «su questo non indietreggiamo», accompagnata dalla minaccia neanche troppo larvata di alzare disco rosso in aula al momento del voto.
Per ultimo si è messa pure Laura Boldrini, la presidente della Camera, a battagliare con Renzi: «Non ho tempo da perdere in polemiche», ha risposto seccamente a chi gli ha chiesto commenti. Uno sfogo probabilmente dettato dalle varie dichiarazioni di renziani che hanno ripreso il concetto già espresso dal premier segretario: «Con la sua uscita sull’uomo solo al comando e sui decreti, difesa da Sel e da Camusso, Boldrini ha reso manifesto che vuole scendere in politica». Tutti questi problemi Renzi li affronterà lunedì al Nazareno, nel secondo degli incontri con i deputati e i senatori dem.

IL MESSAGGERO