Renzi: «Ribellione ridicola» Però non esclude la fiducia

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E’ andata come voleva Matteo Renzi. La minoranza del Pd in pezzi, una parte in fuga perfino dal voto che aveva richiesto. E il via libera definitivo del gruppo democrat alla riforma elettorale: «Ora avanti così, non si cambia di una virgola». Tanto più che il premier-segretario è riuscito a certificare di avere una stragrande maggioranza anche nel gruppo parlamentare, quello eletto a Montecitorio durante la segreteria di Pierluigi Bersani.
Che non fosse aria di mediazioni e di ritocchi last minute alla legge elettorale, Renzi l’aveva messo in chiaro già martedì: «L’iter delle riforme non è il Monopoli, non si può ricominciare da capo e tornare a vicolo Corto». E ieri l’ha confermato (via telefono) prima a Gianni Cuperlo, poi al capogruppo (dimissionario) Roberto Speranza: «Non tratto, abbiamo lavorato oltre un anno su questo testo e non torno indietro proprio adesso. E’ troppo tempo che aspettiamo una nuova legge elettorale, bisogna uscire dalla palude».
Raccontano che Cuperlo abbia chiesto a Renzi di non arrivare al voto ieri sera. Riferiscono che una buona fetta della minoranza fosse furiosa con Speranza perché li aveva «cacciati in un vicolo cieco». Ma il premier-segretario ha deciso di tirare dritto, di spingere i ribelli ad uscire allo scoperto: E ai suoi ha aggiunto: «Mi chiedono ora di non votare, mi fanno ridere. Voglio vedere quanti sono, una volta per tutte». Voleva vedere la minoranza diventare minoranza anche nel gruppo parlamentare e non solo in Direzione.
IL BASTONE E LA CAROTA
Renzi adesso è determinato a usare il bastone e la carota. Il bastone è la minaccia delle elezioni anticipate: «Il destino di questo governo è legato all’Italicum nel bene e nel male», ha detto all’assemblea del gruppo. E uno dei suoi fedelissimi spiega: «Matteo non scherza, pensa davvero di poter andare alle elezioni anche con la legge uscita dalla sentenza della Corte costituzionale, il Consultellum. Ha già pronta la campagna contro i frenatori, i gufi e la palude che frena il cambiamento. Non mi stupirei se pensasse di sfiorare addirittura il 50% dei voti, vista la deflagrazione di Forza Italia».
La carota, invece, è l’apertura a eventuali modifiche della riforma costituzionale del Senato. «Il come è un dettaglio», dicono a palazzo Chigi, «quello che vogliono i malpancisti è la garanzia che non si andrà a votare il prossimo anno». E un ritocco alla riforma di fatto sposterebbe le lancette dell’orologio elettorale almeno un anno avanti, fino al 2017. Come più in là dovrebbe essere celebrato il referendum confermativo che Renzi attende con impazienza: «Per Matteo sarà come un plebiscito, il cambiamento e il nuovo contro la palude dei frenatori e della casta. E’ certo di stravincere, a mani basse».
C’è poi la questione dei quattro voti fiducia sui quattro articoli dell’Italicum per evitare gli scrutini segreti. Ormai è scattata la rivolta, Sergio Mattarella è letteralmente sommerso di appelli perché impedisca al premier-segretario la prova di forza. Ma il capo dello Stato non sembra intenzionato a scendere in campo e neppure gradisce essere tirato «per la giacchetta», come afferma il renziano Ettore Rosato. Tanto più che la questione della fiducia attiene alle dinamiche governo-Parlamento e non coinvolge il Quirinale.
Tant’è, che Renzi non scarta l’ipotesi. Anche se molti dei suoi scommettono che, nonostante i numerosi e rischiosissimi voti segreti che attendono al varco l’Italicum, «Matteo non metterà la fiducia». E non perché si lascerà impressionare dalla rivolta delle opposizioni e dei ribelli dem, ma perché «è convinto che avrà i voti per far passare la riforma anche nel segreto dell’urna». Con il soccorso azzurro capitanato dai deputati forzisti vicini a Denis Verdini, ma anche con la conversione in corsa di molti dissidenti della minoranza: «Saranno più o meno 7-8 quelli che voteranno contro», spiega un altro renziano doc, «ma anche in occasione dei voti segreti la quota dei “no” non salirebbe poi tanto: il terrore delle elezioni anticipate è forte…».

Il Messaggero