Renzi perde al rischiatutto del referendum

Matteo Renzi press conference, Rome

Signore e signori, accomodatevi, mettere a fare i pop corn perché fino ad ottobre sarà uno spasso. Ieri Renzi ha aperto la campagna elettorale sul referendum per le riforme costituzionali da Firenze, l’alfa del suo impegno politico. «Siamo nati a Firenze», ha declamato, e «qui si rispettano gli altri ma sappiamo avere lo sguardo alto, anche sul mondo». D’altronde, come dicevano nel Mago di Oz, there’s no place like home, nessun posto è come casa mia, ed è dunque normale che il premier proprio lì abbia voluto immagazzinare carburante per quella che sarà la sua battaglia campale. Che ha lanciato renzianamente, cioè preparando un frullato di iperboli, scivoloni, e berlusconerie copiate malino.

Comunque, una cosa è chiara: da ieri non c’è più scampo, per nessuno. Perché, ha annunciato Renzi, «ci sarà una gigantesca campagna casa per casa, porta a porta, via per via». Come se non bastassero già quelli della Folletto e i testimoni di Geova. E se riuscirete a salvarvi chiudendovi a doppia mandata e posizionando il pittbull dietro la porta, poi ci saranno gli hastag di twitter e i post di Facebook. E se ammucchierete computer e telefonini spenti nello sgabuzzino delle scope ci sarà comunque lui, che comparirà «in tv, nei convegni», perché, ha promesso, «girerò come un globettrotter». Resta da capire quando gli rimarrà tempo per governare, in cinque mesi di campagna elettorale.

Anche se il lavoro più grande spetterà agli attivisti per il sì: «Ho bisogno di 10mila comitati in tutta Italia», ha invocato il premier. «Perciò chiedo a ciascuno, sul lavoro, a scuola, nelle università, tra gli amici, fuori dai partiti e anche dentro i partiti di unire 5-6-10-15 persone».

Appello che ricorda tanto quello a diventare «missionari della libertà», che Berlusconi lanciava nei tempi d’oro ad ogni vigilia delle elezioni, affinchè gli attivisti di Forza Italia convincessero amici, parenti e vicini di casa ad andare a votare. Ma il richiamo di Renzi a Berlusconi non finisce qui. Perchè uno dei mantra del Cavaliere di governo era criticare le instabilità del sistema italiano nella Prima Repubblica, quando gli Esecutivi cadevano con frequenza febbrile ed operazioni di Palazzo. A differenza dei suoi, che al contrario erano solidi e sostenuti da ampie maggioranze parlamentari.

La stessa disinvoltura, ieri, ha fatto dire a Renzi che «fino a due anni fa l’Italia era incartata», perché «con 63 governi di fila, quando vai ai vertici internazionali non fanno neanche in tempo a ricordarsi la tua faccia». Peccato che anche il suo sia nato da un ribaltone, ai danni del predecessore Letta, maturato nel ribollire delle correnti del Pd.

Ma il premier, granitico, fa finta di nulla: «Io non sarei mai arrivato a Palazzo Chigi – ha detto – se non avessi avuto una straordinaria esperienza di popolo». Evidentemente come elezioni politiche ormai vanno bene pure le primarie del Pd, e magari le sessioni su twitter del «Matteo risponde». Ma che vogliamo farci, è «lo storytelling» renziano. Dove per le vittime del decreto «salva –banche» è stato fatto tutto e bene: «Il governo ha risolto il problema dei correntisti», ha spiegato il premier. Strano dunque che molti di questi, inferociti dal provvedimento del governo che non garantisce rimborsi integrali, ieri fossero fuori dal Teatro Nicolini non con lo champagne e i flute, ma con cartelli tipo: «Ancora una volta truffati».

Però secondo Renzi va tutto alla grandissima, e «non esiste discussione alcuna». D’altronde lui, in questa storia delle banche, ha sempre pensato ad «aiutare le persone che si sono trovate in difficoltà» e perciò «quando mi dicono che siamo della lobby delle banche io dico che al massimo possiamo fare la lobby dei boy scout». Fosse vero, il papà della Boschi sicuramente sarebbe un venditore di tende da campo. Tuttavia queste son quisquilie, perché «c’è un’ Italia che dice sì ed è più forte di tutto il resto».

E guai a dire di no, perchè ti becchi una metafora splatter: «A mangiare gufi qualcuno sarebbe cannibale». Comunque la miseria delle polemiche scompare di fronte all’obiettivo: «Restituire all’Italia quel sentimento di orgoglio, di appartenenza, di passione fondamentale per una grande impresa» che è «molto più importante del Pil, dell’Irap». Bello. Un patriottismo take away, colossale arrampicata sugli specchi per sorvolare sul fatto che la nostra economia non cresce e sul fatto che l’Italia è ignorata nei consessi internazionali, da mesi abbandonata a gestire da sola il flusso migratorio mentre l’Austria si avvia a chiudere le frontiere. Misura, questa, che «non è una risposta. Bisogna investire in sicurezza, ma bisogna anche investire nelle periferie». O magari nel Bonus di 500 euro ai diciottenni, misura che certamente avrebbe cambiato le intenzioni dei sospetti terroristi arrestati la scorsa settimana in Lombardia che volevano organizzare un attentato a Roma.

Tutto ciò non toglie che «noi stiamo vivendo una fase di straordinario interesse della politica estera», di cui «negli ultimi anni l’Italia aveva smarrito il filo». Perchè ora, con Renzi »c’è un grande bisogno di Italia in Europa che se no diventerebbe troppo tecnocratica». C’era un grande bisogno specie quando si parlava di rotta balcanica e il nostro governo non era stato nemmeno invitato.

A proposito, sul piano dei nostri rapporti con il resto del mondo «c’è bisogno della cultura italiana, di identità», ha specificato Renzi. Magari coprendo le statue di nudo ai Musei Capitolini quando arriva Rohani. Non preoccupatevi, perché l’Italia sta cambiando e le riforme costituzionali, con la trasformazione del Senato, sono il segnale di «una classe politica che è disposta a rinunciare a qualcosa. Aspetto lo facciano anche i sindacati, gli imprenditori».

Evidentemente le tasse sulle imprese che gravano per oltre il 60% dell’utile non sono abbastanza. Forse serve un castigo divino. Ma questa è la regola, ha sempre ragione lui. E intanto promette che siccome la rottamazione «non vale solo quando si voleva noi» allora «se non riesco vado a casa». Stando ad un sondaggio Euromedia, i no sono al 52%, i sì al 48. E prima dell’ora x, chissà quante ne dovremo ancora sentire.

Il Tempo