Renzi: «Non chiedo permessi» C’è un tesoretto per trattare

MATTEO RENZI

Al ministero dell’Economia, con il ministro Pier Carlo Padoan ancora in trasferta in Lussemburgo, dicono di avere «grossi problemi di calcolo». Al Quirinale, dove si attende con impazienza il testo della legge di stabilità, sospendono con un filo di preoccupazione il giudizio. Matteo Renzi invece tira dritto. Nel giorno del D-day, del varo della «prima legge di stabilità veramente espansiva», il premier non sembra temere eventuali bocciature da parte della Commissione europea. Per lo meno se ne infischia: «In una situazione economicamente drammatica, stiamo utilizzando la flessibilità concessa dai Trattati. E non vado certo a chiedere l’autorizzazione a Bruxelles, tanto più che dieci anni fa la Germania se ne fregò degli stupidi parametri e che tutto il mondo, a parte qualcuno in Europa, capisce adesso che la crescita è la cosa più importante».
Quello di Renzi è un azzardo. E’ il tentativo quasi disperato «di rilanciare il Paese dopo tre anni di recessione durissima». Tagliando le tasse «come mai sono state tagliate». Azzerando il costo del lavoro a carico delle aziende. Varando una manovra per ben 11,5 in deficit. Tant’è che a Bruxelles, secondo l’agenzia Reuters, starebbero già valutando di bocciare la legge di stabilità.
Renzi ha messo in conto lo scontro con l’Europa. La prova sono i 2,4 miliardi che Padoan sta cercando di rastrellare. Lo schema di mediazione è chiaro: l’Italia presenterà oggi una manovra con soltanto lo 0,1 per cento di aggiustamento strutturale del deficit, contro lo 0,25 concesso dalla Commissione (doveva essere lo 0,5%). Poi, nel caso in cui Bruxelles dovesse rispedire al mittente la legge, il governo porterà la correzione allo 0,25% grazie al ”tesoretto” di 2,4 miliardi. Con un problema non da poco: dove trovare le risorse. Anche perché i 16 miliardi di tagli promessi dal premier «sono ancora un sogno», come dicono in via XX Settembre.
LA TRATTATIVA CON JUNCKER

Non è un caso, perciò, che ieri sera Renzi abbia telefonato al nuovo presidente della Commissione europea. Il premier sta cercando di spingere Jean-Claude Juncker a entrare subito in partita, evitando che sia solo la Commissione uscente (scade a novembre) a giudicare la legge di stabilità. «Per cinque anni Barroso & C. hanno applicato le cieche politiche del rigore», spiegano a palazzo Chigi, «è dunque difficile che accedano all’idea della flessibilità sconfessando se stessi. Molto meglio, allora, se Juncker si fa sentire subito. Il nuovo presidente ha preso un solenne impegno a favore della crescita e della flessibilità quando è stato eletto…».
Insomma, Renzi presenta il conto a Juncker per l’appoggio che insieme agli altri leader del Pse gli concesse in luglio. E ieri gli ha illustrato la manovra. «Del resto stiamo lavorando alla legge di stabilità applicando tutte le norme del patto di stabilità e crescita», afferma Sandro Gozi, sottosegretario all’Europa, «non agiamo in deroga ma operiamo in un contesto economico molto degradato rispetto a 6 mesi fa. La legge di stabilità non va valutata solo in base alla matematica, ma in base agli obiettivi di crescita e alla riforme strutturali».
«MOODY’S CI PREMIA»

Padoan, all’Ecofin in Lussemburgo, ha parlato di «dialogo aperto» e di «relazioni molto costruttive» con la Commissione. Parole che lasciano intravedere la possibilità di un’intesa. In più in serata è arrivato il giudizio di Moody’s. L’agenzia americana di rating parla di «bilancio solido» che dà tempo «all’Italia per fare le riforme». La reazione di palazzo Chigi? «Non diamo mai molto credito a queste agenzie. Ma questo giudizio dimostra che se ne sono accorti anche loro che facciamo sul serio».

Il Messaggero