Renzi: l’intesa entro giugno a noi la guida dell’Economia

RENZI

Per capire come si sono messe le cose in Europa, è utile una zoomata sulla cena dell’altra sera a palazzo Justus Lipsius. Matteo Renzi entra nella sala dove sono già riuniti gran parte dei 28 capi di governo, Angela Merkel lo accoglie cinguettando: «Ecco Matteo, il matador!» (fin qui il siparietto è già stato raccontato). Un brusio segue la battuta della Cancelliera, qualcuno osserva: «Ma Renzi è italiano, non spagnolo…». E allora Frau Merkel, che per il ragazzotto fiorentino ha un debole, esclama: «Benvenuto gladiatore, allora!».
Gladiatore. A Renzi, ruolo e immagine piacciono un sacco. E forte del successo elettorale, «unico partito di governo a stravincere», «unici a fermare il fronte anti-euro», si lancia in una nuova impresa: «Voglio un’Europa a guida italiana», ha scandito parlando con i suoi collaboratori. Di più non ha detto. 
Tra i suoi c’è chi scommette, visto che l’Italia con Mario Draghi al vertice della Banca centrale non potrebbe ambire alla presidenza della Commissione e neppure a quella del Consiglio europeo, che il premier «punti molto in alto, per poi accontentarsi di qualcosa di meno». «Ma di sicuro Renzi», affermano a palazzo Chigi, «non andrà a elemosinare un portafogli di seconda fascia. E’ in una posizione di forza e la farà valere fino in fondo». 
A favore di chi? Fuori dalla lista dei papabili sarebbero Massimo D’Alema ed Enrico Letta («anche in Europa vale il principio della rottamazione»). In lizza sarebbe invece Piero Fassino, nome “buono” da spendere per l’incarico di Mister Pesc, il ministro degli Esteri dell’Unione che tra le sue deleghe ha l’immigrazione, tema strategico per Roma. Più Lorenzo Bini Smaghi («con lui Matteo parla spesso») e Lucrezia Reichlin. Due economisti utili a Renzi per tentare il colpo grosso: piazzare un italiano sulla prestigiosa poltrone di commissario agli Affari economici o di presidente dell’Eurogruppo. Incarico, quest’ultimo, che potrebbe andare al ministro Pier Carlo Padoan. Se ciò mai dovesse accadere, o se davvero Maurizio Lupi dovesse optare per l’Europarlamento come dice di voler fare, potrebbe aprirsi un delicato rimpasto di governo che Matteo però farà di tutto per scansare.
IL GIOCO AD INCASTRO

«Avere la guida dell’Economia europea», dice un altro renziano che si occupa del dossier, «sarebbe la prova che l’Italia non è più considerata inaffidabile e in quel ruolo si potrebbe plasmare l’agenda economica…». Ma con Draghi alla Bce, sarà più facile ottenere un’altra delega: il ruolo di ministro degli Esteri, appunto. Oppure il mercato interno, il commercio o l’energia. «Utilizzeremo il nostro peso per avere deleghe importanti, degne di un Paese importante», ha tagliato corto Renzi.
Ma c’è di più. C’è che il premier vuole esportare a Bruxelles il suo ritmo serrato. Punta a incassare già al Consiglio europeo del 26 e 27 giugno, «l’accordo sulla crescita e l’occupazione». L’altra sera alla cena dei leader, Renzi ha messo a verbale: «Nomina sunt consequentia rerum, prima mettiamoci d’accordo sulle cose da fare poi decidiamo chi le fa». Una sorta di veto a procedere all’insediamento della nuova Commissione prima di aver «cambiato verso all’Europa». E comunque la volontà di impegnare il prossimo presidente della Commissione a dare seguito alle richieste italiane.
In questa partita, a fianco di Renzi, si è già schierato Francois Hollande uscito a pezzi dalle elezioni. Ma il premier punta più in alto: consapevole della fragilità di Parigi, vuole un’interlocuzione diretta con la Merkel, «l’altra personalità forte in Europa». Anche perché la Cancelliera, «allarmata dal successo degli euro-scettici, si è già molto ammorbidita…». In più guarderebbe con interesse al “suo” gladiatore: «Sapevamo che eri popolare», ha detto l’altra sera a Renzi, «ma non avrei mai immaginato che avresti ottenuto un risultato così ampio».
E’ già chiaro cosa Roma vuole ottenere da Berlino, dove ha una sponda importante nel socialista Martin Schulz. Il dossier cui lavora il sottosegretario all’Europa Sandro Gozi suona più o meno così: «Più flessibilità in cambio di riforme strutturali». Vale a dire: più tempo per completare il piano di rientro del debito e raggiungere il pareggio di bilancio. Inoltre Renzi vuole tirare fuori dal patto di stabilità e dunque fuori dal vincolo del 3% deficit-Pil, «le spese per le scuole, le reti tecnologiche, la ricerca». 

Il Messaggero