Renzi incassa l’ok di Marchionne: con l’articolo 18 lavoratori di serie B

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Uno nel tradizionale maglioncino e l’altro con la camicia bianca arrotolata. Si piacciono Sergio Marchionne e Matteo Renzi. Tanto che il tour al quartier generale di Fca di Auburn Hills si allunga oltre il previsto. Un edificio enorme, “secondo solo al Pentagono” ricorda Renzi in conferenza stampa. Un tempio per la Chrysler e per la Motown del Michigan, fallita qualche anno fa insieme alle sue fabbriche di automobili. Quindicimila dipendenti, solo a Detroit, e un solo sindacato, lo Uaw, che ha accettato condizioni pesanti per i lavoratori, pur di non chiudere. Ora che la scommessa è vinta «e ad Obama abbiamo restituito gli 8 miliardi di prestito con gli interessi», la Fca diventa un modello anche per la politica. «Cosa abbiamo in comune noi due? Il finale, spero. Lui ha preso in mano due aziende bollite riuscendo a rilanciarle e a dare speranza a 25 mila operai. Io spero di fare lo stesso con 60 milioni di italiani». La ricetta da applicare è semplice: «fregarsene» delle critiche e «non avere paura».
«Io ho assorbito un certo numero di critiche dal sistema italiano e a dire la verità me ne sono fregato», racconta l’ad di Fiat spingendo Renzi a fare lo stesso. Per la verità non ci vuole molto a convincere il premier che si fa scivolare addosso le critiche della Cei che dice di «rispettare», aggiungendo subito dopo che «non ho paura dei poteri forti, anche se intorno ne vedo pochi e molti pensieri deboli». Ma il più forte e netto «me ne frego», Renzi lo pronuncia contro la minoranza del Pd sulla riforma del mercato del lavoro. «Se il reintegro è un obbligo costituzionale, come dice qualcuno perché vale solo sopra i 15 dipendenti e non sotto? Se un obbligo costituzionale lo sarà per tutti», altrimenti, «se è una scelta politica è la scelta migliore?», si chiede ancora il premier denunciando il rischio di lavoratori di serie A e di serie B. «Il mio obiettivo è ridurre la disoccupazione e noi faremo di tutto», sostiene Renzi ripetendo l’espressione usata da Mario Draghi per difendere l’euro.
Il palcoscenico offerto da due marchi, Fiat e Chysler, che solo qualche anno fa sembravano senza futuro, offre a Renzi l’occasione per rilanciare il suo progetto riformista cominciando dal mercato del lavoro. L’appuntamento è per lunedì, ma «io non sono interessato alla discussione tra le correnti politiche ma a ridurre la disoccupazione. Non ci sará nessuna rottura nel Pd, ma mi interessa restituire un po’ di lavoro al nord come al sud».
Malgrado gli alti e bassi degli anni passati, ora Marchionne nel coraggio di Renzi ci si ritrova, così come li accomuna la lotta contro coloro che hanno gufato prima sulla Fiat e ora sul governo del Rottamatore. «Continuiamo ad appoggiare il presidente sull’agenda di riforme. È essenziale avere un indirizzo chiaro e penso lo stia dando», sostiene l’ad di Fca mentre da Roma l’imprenditore calzaturiere Diego della Valle sostiene che i due «sono dei sòla» e che Renzi «è in tilt e non può parlare di lavoro perché non ha mai lavorato. Vedo un altro governo».
Ai frenatori, ai gufi e «a coloro che hanno sempre denunciato i problemi del nostro Paese, senza far nulla o trattare per sè», Renzi non sembra dar molto peso perché avverte l’ineluttabilità di un processo di riforme: «Io non sono il cambiamento ma l’effetto del cambiamento», racconta ai dipendenti di Fca raccolti nell’anfiteatro. In prima fila la moglie Agnese e il ministro dell’Ambiente Galletti. Intorno operai ed impiegati di Fiat e Chrysler che interrogano Renzi sul futuro dell’Italia che il premier vorrebbe globale come la fabbrica di Auburn Hills. Dal software della Silicon Valley, all’hardware della Motown americana.

Il Messaggero