Renzi, il bilancio 2015 alla prova dei fatti: da tasse a lavoro, da migranti a riforme

Matteo Renzi

Il 2015 “ha visto l’approvazione di leggi attese da molto tempo. E spesso passate sotto silenzio. Dall’articolo 18 alla legge elettorale, dalla tassa sulla prima casa all’Expo“. Passato il Natale, il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha dedicato la sua e-news del giorno al bilancio dei risultati che il governo rivendica di aver ottenuto in questi 12 mesi. “Vorrei mettere in fila i fatti. E mi piacerebbe che tutti potessero giudicare senza preconcetti o ideologie”, chiosa il capo del governo nella lettera agli italiani, prima di elencare “le primi quindici cose che mi sono venute in mente”, dalla ripresa economica “all’impegno inedito” per il Mezzogiorno. ​Ilfattoquotidiano.it ha verificato punto per punto i successi elencati dal presidente del Consiglio, mettendoli a confronto con i dati ufficiali – quando si tratta di numeri – e con l’effettivo stato di avanzamento di quelle che secondo il capo dell’esecutivo sono promesse mantenute. Ecco l’esito di questo fact-checking.

1 – Un anno fa il Pil dell’Italia aveva il segno meno per il terzo anno consecutivo (2012 -2,3%; 2013 -1,9; 2014 -0,4). Quest’anno abbiamo cambiato verso: segno più. Più 0,8%.
Tirare le somme sulla crescita del Pil di quest’anno il 27 dicembre è impossibile, visto che l’Istat diffonderà il dato definitivo solo l’1 marzo 2016. All’inizio di dicembre l’istituto di statistica ha comunque sottolineato che il ritmo della ripresa è progressivamente rallentato: nel terzo trimestre il prodotto è aumentato dello 0,2%, dopo il +0,4% del primo e il +0,3% del secondo. Va infine ricordato che il governo, nella nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza, aveva fissato l’asticella della crescita attesa allo 0,9%.

2 – Un anno fa dicevano che non avremmo mai realizzato il Jobs Act. Quest’anno il Jobs Act è legge. La disoccupazione è scesa dal 13,2% all’11,5 (ancora alta, ma in discesa, finalmente). E ci sono oltre trecentomila occupati in più. Molti sono contratti a tutela crescente. Non è un caso se i mutui sono cresciuti in questo anno del 94%!
In effetti secondo l’Istat il tasso di disoccupazione generale a ottobre (ultima rilevazione) è calato all’11,5%, il più basso dal 2012. Ma il dato è falsato dall’aumento (+32mila in un mese) degli inattivi, cioè le persone che sono uscite dal novero dei disoccupati non perché hanno trovato lavoro ma perché hanno smesso di cercarlo. Peraltro sempre a ottobre la disoccupazione giovanile è risalita al 39,8%, +0,3% su settembre. Quanto agli effetti del Jobs Act e degli sgravi contributivi nel promuovere occupazione stabile, basti dire che gli italiani con un contratto a tempo indeterminato a ottobre erano 14.527.000 contro i 14.550.000 del marzo 2015, quando la riforma del lavoro è entrata in vigore: 23mila in meno. A ottobre 2014 erano 14.515.000. L’ultima volta che il dato ha superato i 15 milioni è stato nel maggio 2009.

Quanto ai mutui, il +94% citato da Renzi è l’incremento che si è registrato in termini di nuove erogazioni nel periodo gennaio-ottobre 2015 rispetto allo stesso periodo del 2014. Ma l’ultimo rapporto Abi, quello del 17 dicembre, da cui il dato è tratto, spiega che “l’incidenza delle surroghe sul totale dei nuovi finanziamenti è pari, nei primi 10 mesi del 2015, a circa il 31%”. Vale a dire che quasi un terzo dei finanziamenti non è stato acceso per comprare una nuova casa ma semplicemente per sostituire un mutuo contratto in precedenza con un’altra banca. Peraltro, nel report di novembre la stessa lobby degli istituti di credito ammetteva che a settembre 2015 “è tornata su valori prossimi allo zero la dinamica del mercato dei mutui per l’acquisto di abitazioni: -0,04% la variazione annua dello stock”. Insomma: nessun boom degli acquisti in seguito alla riforma dei contratti. I prestiti in essere, in valore assoluto, sono più o meno quanti erano nell’autunno 2014.

3 – Un anno fa dicevano che l’Italicum sembrava incagliato in Parlamento. Adesso abbiamo una legge elettorale che garantisce la scelta dei cittadini e la stabilità del Governo. Un impegno mantenuto.
La legge elettorale e il disegno di legge sulle riforme istituzionali (quella che trasforma il Senato) hanno segnato, più di altro, il 2015 del governo Renzi ed è probabile che resteranno la sigla principale di tutto il mandato dell’esecutivo. L’Italicum è stato approvato definitivamente. Così com’è, sembra tutelare – come dice il presidente del Consiglio – sia la scelta dei cittadini (con il primo turno in senso proporzionale che garantisce la rappresentanza) sia la governabilità (con il premio di maggioranza e l’eventuale turno di ballottaggio). Tutto questo a prescindere dal fatto che siano stati presentati i ricorsi alla Corte Costituzionale per presunte similitudini con il Porcellum (già censurato dalla Consulta). Resta da capire, inoltre, se come chiede tra gli altri il presidente emerito Giorgio Napolitano, la legge sarà modificata o integrata per tornare a una sfida tra coalizioni.

4 – Un anno fa si diceva a mezza voce che non avremmo mai eliminato la componente costo del lavoro dall’Irap e che sarebbe stato impossibile ottenere la copertura per gli 80 euro. Adesso non solo abbiamo confermato queste voci di bilancio, ma abbiamo anche eliminato le tasse sulla prima casa, le tasse agricole e gli 80 euro sono anche per tutte le forze dell’ordine. L’economia torna su, le tasse vanno giù.
Le singole misure citate dal premier sono andate in porto, ma gli 80 euro sono stati estesi alle forze dell’ordine una tantum, solo per il 2016. Mentre restano esclusi pensionati e incapienti. Quanto all’affermazione che “le tasse vanno giù”, nonostante l’eliminazione della Tasi sulla prima casa è falsa. Come evidenziato da Francesco Daveri su lavoce.info, “le entrate totali delle pubbliche amministrazioni dopo la legge di Stabilità non caleranno e anzi continueranno ad aumentare. Saliranno di 10,6 miliardi nel 2016 rispetto al 2015 (da 788,7 a 799,3 miliardi), di 20,7 miliardi nel 2017 rispetto al 2016 e di 25 miliardi nel 2018 rispetto al 2017″. E’ vero invece che la manovra evita che aumentino ancora di più: “Di 28,7, 25,8 e 23,5 miliardi, rispettivamente, nel 2016, 2017 e 2018″. Ma gran parte della differenza è legata al fatto che la Stabilità “disinnesca” le clausole di salvaguardia, cioè gli aumenti automatici di Iva e accise che sarebbero scattati se non si fossero trovate coperture alternative. In questo caso, maggior deficit.

5 – Un anno fa la riforma costituzionale era alla prima lettura. Adesso è a un passo dal traguardo. Prima però saremo noi a chiedere il referendum perché gli italiani possano esprimersi nel merito di questo lavoro di semplificazione.
Il ddl sulle riforme istituzionali è stato approvato al Senato e sarà approvato alla Camera, dove il Pd ha una larghissima maggioranza. Per l’ok finale serve il voto di un referendum confermativo che sarà fissato nell’autunno prossimo. Ma non lo chiede né il governo né il suo presidente né un partito: è obbligatorio per legge visto che il ddl non ha ricevuto i voti dei due terzi del Parlamento come necessario. Quanto alla “semplificazione” il discorso si fa più complesso. In effetti il ddl Boschi trasforma il Senato, gli toglie il potere di dare la fiducia e cancella il bicameralismo perfetto (accelerando così l’iter legislativo), elimina enti inutili come il Cnel e abolisce definitivamente le Province. Ma di contro dovranno essere applicati 4 requisiti per l’elezione dei consiglieri regionali-senatori in Regioni diverse tra loro per popolazione, servirà una legge che dovrà specificare come dovrà avvenire l’indicazione degli elettori, manca un regolamento del nuovo Senato, esistono iter legislativi di vario tipo a seconda delle leggi e in caso di contenziosi tra Camera e Senato il ddl rimanda solo a una “intesa tra i presidenti” e tra l’altro una modalità di elezione del presidente del nuovo Senato ancora non c’è. I nuovi quorum necessari per l’elezione del presidente della Repubblica, infine, sono più alti degli attuali e quindi daranno ampio “potere di resistenza” alle opposizioni con conseguente rischio di stallo: sistema di garanzia per un capo dello Stato “di tutti”, ma non di “semplificazione”.

6 – Un anno fa la questione migrazione era un problema solo italiano e qualche specialista della paura parlava di invasione. Adesso scopriamo che è un problema europeo e che l’Europa – per la prima volta – prova (prova) ad affrontarlo, sulla base delle sollecitazioni del nostro Paese.
In effetti l’Europa (o meglio: la Commissione europea) sembra più consapevole in materia di immigrazione. Più difficile da provare è che ciò sia avvenuto per le “sollecitazioni del nostro Paese” che pure ci sono state. Dal punto di vista della “consapevolezza” degli Stati europei (e tra l’altro non tutti), la cronaca degli ultimi mesi dice che il punto di svolta è stata l’immagine di Aylan, il bambino morto su una spiaggia turca a inizio settembre. Pochi giorni prima la Germania, protagonista di un cambio di tendenza di alcune cancellerie europee, ha aperto le porte soprattutto ai siriani che arrivavano dalla “rotta balcanica” (quella che dalla Grecia sale fino all’Ungheria e infine in Austria e in Baviera). Alla buona volontà della commissione Ue che ascolta i Paesi che vivono il maggiore impatto dei flussi migratori (Italia e Grecia), corrispondono per ora scarsi risultati: ad oggi sono stati effettuati 184 ricollocamenti su 40mila previsti in due anni (fonte ministero dell’Interno). Anzi, nel frattempo è stata aperta una procedura d’infrazione contro l’Italia, accusata di non prendere le impronte digitali ai migranti.

7 – Un anno fa la riforma della Pubblica Amministrazione procedeva a rilento. Adesso è legge dello Stato. E i primi decreti di attuazione saranno all’attenzione del Consiglio dei Ministri a gennaio.
Il 4 agosto ha ottenuto il via libera definitivo del Senato il disegno di legge delega sulla riforma della pubblica amministrazione. Ma si tratta solo di una cornice che va riempita di contenuti con i decreti attuativi, appunto. Il governo si era impegnato a varare i primi già a settembre e a chiudere il cantiere entro dine anno. Per ora, invece, il Consiglio dei ministri non ne ha approvato neanche uno.

8 – Un anno fa la Buona Scuola era in fase di consultazione. Nonostante le polemiche siamo andati avanti e adesso migliaia di professori hanno la certezza di poter insegnare, educare, approfondire con i propri ragazzi.
Non ci sono dati da confrontare: il ddl Buona Scuola ha portato all’assunzione di 100mila insegnanti che, iniziata dal primo settembre scorso, si completerà entro il 30 giugno 2016.

9 – Un anno fa il dibattito sulla giustizia era sempre sulle solite questioni: falso in bilancio, responsabilità civile dei magistrati, corruzione, prescrizione, reati ambientali. Abbiamo trasformato in leggi queste discussioni eterne. E grazie al lavoro svolto, oggi abbiamo ridotto di circa il 20% le pendenze giudiziarie. L’arretrato, insomma.
La legge sulla responsabilità civile dei magistrati è stata approvata in via definitiva il 24 febbraio ed è entrata in vigore il 19 marzo. La legge anticorruzione, approvata il 21 maggio, è entrata in vigore il 14 giugno. All’interno anche la reintroduzione del falso in bilancio, anche se restano perplessità sulla legge, ritenuta non efficace. E’ legge anche il testo sugli ecoreati, approvato il 19 maggio. Di certo non è stato approvato, come dice il presidente del Consiglio, il ddl sulla prescrizione (con il nodo del raddoppio dei tempi per i reati di corruzione) approvato a marzo alla Camera, ma in attesa di vedere la luce al Senato. Quanto alle pendenze non si capisce se il riferimento del capo del governo è al totale o a un settore (penale, civile). Il dato a disposizione della flessione del 20 per cento di arretrato riguarda certamente il dato sulle cause civili (fonte ministero della Giustizia), dovuto però a un decreto del 2014.

10 – Un anno fa la questione autonomia a venti musei sembrava una provocazione. Adesso ci sono venti dirigenti nuovi che gestiscono venti luoghi che tutto il mondo ci invidia. E abbiamo aumentato i soldi per la cultura, in tutti i settori, dal cinema ai giovani. Forse non si mangia, ma con la cultura ci si nutre.
La “questione autonomia a venti musei” è cosa fatta. Secondo quanto scritto nella legge di Stabilità appena approvata, inoltre, il bilancio del ministero dei Beni culturali aumenterà del 27 per cento, passando da un miliardo e mezzo del 2015 a oltre due miliardi per il prossimo anno. Quanto ai giovani è confermato nella legge di Stabilità il bonus da 500 euro da spendere in attività culturali. Su questo è nata una polemica che riguardava l’esclusione dal provvedimento dei giovani di cittadinanza non europea. Alla Camera è stato approvato poi un ordine del giorno che impegna il governo a estendere la misura anche agli extracomunitari.

11 – Un anno fa l’Italia assisteva ai colloqui di Vienna sull’Iran dalla televisione, perché non eravamo invitati. Adesso siamo protagonisti sia a Vienna sulla Siria, che a Roma e New York sulla Libia. Un italiano sta per assumere la guida dell’alto commissariato per i profughi, un’italiana sta per assumere la guida del Cern. L’Italia è tornata.
Su Iran e Libia i fatti ci sono: l’Italia è al tavolo di Vienna e è un interlocutore sulla crisi libica. Roma ha dato più volte la propria disponibilità a guidare l’operazione di stabilizzazione dell’area. Alla guida dell’Unhcr andrà, poi, l’ambasciatore Filippo Grandi, che comunque lavora alle Nazioni Unite ormai da trent’anni (l’ultima parte dei quali all’agenzia per i rifugiati palestinesi). La nomina di Fabiola Gianotti a capo del Cern è del novembre 2014 e, peraltro, la scienziata lavora al centro di Ginevra dal 1987.

12 – Un anno fa chiedevamo flessibilità all’Unione Europea. Adesso la flessibilità fa parte delle regole e vale fino all’1% del PIL, per l’Italia oltre 16 miliardi di euro.
Il presidente del Consiglio dà per scontato che la Commissione Ue consenta all’Italia di portare il rapporto deficit/Pil al 2,4% contro l’1,4% previsto nel Def. Sfruttando non solo, per una somma pari allo 0,5% del pil, la “clausola delle riforme“, ma anche quella “per gli investimenti ” (0,3% del pil) e, ciliegina sulla torta, un ulteriore 0,2% “per l’emergenza sicurezza“. In totale, appunto, l’1% del pil, pari a circa 16 miliardi. Peccato che Bruxelles abbia sospeso il giudizio sulla manovra fino alla prossima primavera, avvertendo che è “a rischio di non conformità”: Roma rischia l’apertura di una nuova procedura di infrazione.

13 – Un anno fa rischiavamo di perdere miliardi di euro per i fondi europei, a cominciare da Pompei. Adesso abbiamo inaugurato sei domus e ci siamo dati appuntamento al 24 agosto 2017 per chiudere tutta la parte di restauro eccezionale.
L’ultimo aggiornamento sull’uso dei fondi Ue, diffuso dall’Agenzia per la coesione il 23 dicembre, evidenzia che al 31 ottobre “i pagamenti registrati nel sistema nazionale hanno complessivamente raggiunto l’86,1% della dotazione totale” per il periodo 2007-2013, che ammontava a 46,6 miliardi totali. Vale a dire che restavano da spendere, per non perderli definitivamente, ben 6,5 miliardi. Quanto a Pompei, secondo alcuni calcoli, con i soldi messi a budget si potrà ristrutturare al massimo il 5 per cento dei monumenti all’interno del parco archeologico.

14 – Un anno fa i gufi preconizzavano (e forse auspicavano) il fallimento dell’Expo. Adesso possiamo dire che è stato un successo. E l’agroalimentare italiano vola come export più del doppio degli altri prodotti che esportiamo.
Il bilancio economico dell’esposizione universale resta un mistero ben custodito. I conti preliminari che Expo spa ha reso pubblici il 21 dicembre non svelano infatti se la manifestazione abbia chiuso in utile o in perdita. La società guidata da Giuseppe Sala, neo candidato alle primarie del centrosinistra per la scelta del candidato sindaco di Milano, si è limitata a far sapere di aver registrato “un margine operativo lordo positivo per 14,9 milioni di euro”. Ma per arrivare all’ultima riga del conto economico mancano diverse voci di costo, tra cui gli oneri finanziari.

15 – Un anno fa (anche meno) ci accusavano di esserci dimenticati il sud. Adesso si sono dimenticati delle loro critiche di allora. Perché nessuno ha mai fatto tanto per il Mezzogiorno come questo Governo: credito di imposta, Terra dei fuochi, Bagnoli, Ilva, Salerno Reggio Calabria, Continuità territoriale, Abruzzo post-sisma, Napoli-Bari, tavoli di crisi. Si può discutere dei risultati, come sempre. Ma non si può negare che ci sia un impegno inedito per affrontare la questione Mezzogiorno.
Al di là dei proclami e del “Masterplan” presentato a novembre, le misure per il Mezzogiorno inserite dal governo nella legge di Stabilità sono poco più che simboliche, visto che non ci sono risorse ad hoc ma solo la promessa di dirottare alle aziende, sotto forma di crediti di imposta o di sgravi contributivi, fondi europei comunque destinati al Sud. Sempre che Bruxelles lo conceda. Colpisce, poi, che il premier citi tra i successi proprio l’Ilva: sull’Italia pende in questi giorni l’apertura di una nuova procedura di infrazione per i presunti aiuti di Stato concessi al siderurgico e i piani dell’esecutivo si sono scontrati con lo stop, da parte dei giudici svizzeri, al rientro in Italia degli 1,2 miliardi sequestrati alla famiglia Riva, che i commissari contavano di usare per il risanamento ambientale. A un anno dall’ingresso dell’Ilva in amministrazione straordinaria, il destino del gruppo è quanto mai in bilico. Dopo l’ennesima capriola, ora palazzo Chigi punta a cederlo a privati entro il 30 giugno. Con il rischio che ad aggiudicarsi il siderurgico siano gli indiani di Arcelor Mittal che avevano manifestato interesse già lo scorso anno, in cordata con la Marcegaglia. Ma a questo punto il prezzo sarà molto più basso.

Il Fatto Quotidiano