Renzi furioso: non accetto veti né lascio il Paese a questi qua

MATTEO RENZI

PECHINO «Noi non molliamo di mezzo centimetro, siamo convinti a cambiare il Paese. Le riforme non si annunciano, si fanno, e non lasciamo a nessuno il diritto di veto. Contano più i voti degli italiani che il diritto di veto di qualche politico». È consapevole Matteo Renzi delle fibrillazioni che di lì a poco si scateneranno a Roma per l’esclusione dei senatori Mineo e Chiti dalla commissione affari costituzionali del Senato. Il treno delle riforme istituzionali ed elettorali è pronto a ripartire dopo la forzata tappa elettorale. Un risultato, quello delle elezioni Europee del 25 maggio, che per Renzi hanno dato una spinta incredibile al processo di cambiamento delle istituzioni. Quello dato ieri mattina da Pechino dal presidente del Consiglio, mentre in Italia era ancora notte fonda, rappresenta solo un assaggio di quello che dirà domani all’assemblea del Pd convocata proprio per discutere e analizzare il risultato elettorale. «È stupefacente che Mineo parli di epurazione, un partito non è un taxi che uno prende per farsi eleggere», scandisce chiaro e tondo, «non ho preso il 41% per lasciare il futuro del Paese a Mineo». 
Sarà la distanza, sarà il fuso, ma dall’Asia le polemiche della politica nostrana gli sembrano lunari rispetto a quello che si aspettano da queste parti gli imprenditori che sono sbarcati fuori dai confini non solo per «internazionalizzare», la propria impresa, ma anche per la palude tutta italiana che da qualche decennio blocca ogni possibilità di cambiamento, mentre altrove si corre veloci. 
GIOCO DI SQUADRA
Il dito puntato contro Mineo, Chiti e Mauro era chiaro anche ieri quando, dopo un rapido scambio di messaggi con Guerini e Lotti, si era lasciato andare con i suoi collaboratori, ad uno sfogo tutto centrato sulla scarsa e malevola propensione di alcuni del Pd a rimuovere il risultato elettorale del 25 maggio. «Chi lavora nelle commissioni rappresenta tutto il Pd che ha deciso a larghissima maggioranza di fare le riforme – spiegava ieri Renzi di rientro dal Kazakistan, dove dove ha fatto sosta dopo la tre giorni cinese – e qui non si tratta di reprimere il dissenso quanto di impedire che due persone blocchino la volontà di un’intero partito e di quel 41% di italiani che lo hanno votato». 
Secondo il presidente del Consiglio il paragone tra il dissenso di Giachetti del giorno prima e quello di Mineo e Chiti non è paragonabile visto in Commissione i senatori siedono su delega del gruppo (che ieri l’ha revocata) e dato anche il peso decisivo che i due hanno per comporre in Commissione i numeri della maggioranza. Il fatto che il gruppo abbia deciso di sostituirli, come avvenuto nel partito Popolare per l’Italia che ha sostituito Mauro, è per Renzi il modo per superare gli ultimi ostacoli che impediscono alle riforme istituzionali di arrivare in aula, «se poi vogliono dissentire c’è l’aula, nessuno lo impedirà», spiegava ieri Renzi ripetendo anche le parole pronunciate in mattinata all’ambasciata italiana di Pechino: «Dobbiamo essere consapevoli di quello che siamo, pur con i nostri limiti che è in primo luogo la mancanza di capacità di fare gioco di squadra». Squadra e non singoli protagonisti che, nell’Italia dei veti e delle rendite di posizione, rischiano di non far corrispondere il chiaro messaggio contenuto nel 41% ottenuto dal Pd alle Europee, con l’azione concreta che «deve essere veloce senza cincischiamenti». Uno scatto d’orgoglio, quindi, perché all’estero se lo aspettano e perché «spesso siamo come quel negozio dentro il quale entri e si capisce che ti dicono ”non entrare da me”. Invece dobbiamo cambiare e soprattutto fare sistema e squadra». Come dovrà farla la Nazionale italiana tra poche ore ai Mondiali. «Quale giocatore azzurro preferisco ai Mondiali? Cesare Prandelli perchè abbiamo molti giocatori che possono fare gol, ma ci vuole un allenatore che faccia squadra per vincere». L’allenatore «sono io, il 25 maggio lo hanno detto il 41% degli elettori e porterò ancora la squadra a vincere, a che se nello spogliatoio c’è chi mugugna e chi protesta per la panchina». Domani all’Assemblea del Pd lo spettacolo è assicurato: sullo sfondo, non a caso, troneggerà un 40,8% gigante. 

IL MESSAGGERO