Renzi difende Roma, rissa in Campidoglio

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ROMA Mentre nell’aula Giulio Cesare si scatena la bagarre, con calci e pugni e monetine contro il sindaco lanciate da contestatori di M5S e Lega, il governo blinda l’amministrazione capitolina e rilancia. «Quello che emerge dalle indagini in queste ore fa letteralmente schifo», dice chiaro Matteo Renzi nell’auspicio che «si faccia presto a fare i processi», perché «abbiamo il diritto di sapere chi ha rubato».
DIFESA DI POLETTI
Il capo dell’esecutivo difende «un galantuomo come Poletti» perché «prendere una tangente non è la stessa cosa che fare una foto a cena», annunciando però tolleranza zero rispetto agli episodi di corruzione: «Nessun giudizio anticipato, ma nessuno sconto: questo è l’impegno del Pd». E, soprattutto, Renzi lancia un messaggio chiaro: la giunta di Ignazio Marino non si tocca. «La città di Roma è la capitale di questo Paese. Non consentiremo, insieme con il sindaco e con tutti i cittadini onesti, che sia accostata a fenomeni squallidi come corruzione e disonestà», sottolinea. Renzi non intende lasciare che Roma si trasformi nella Waterloo del suo partito e del suo governo, ed è già un passo avanti. E in serata, fonti di Palazzo Chigi hanno fatto filtrare che l’esecutivo non rinuncerà alla candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2024, nonostante gli scandali: «Non ci facciamo fermare da chi ruba». Un rilancio in piena regola, appunto.
Anche perché le vicende di Mafia Capitale sono l’occasione perfetta, per il centrodestra berlusconiano, di rilanciare l’azione politica d’opposizione. «Le forze politiche devono reagire. L’unica soluzione accettabile è quella di uno scioglimento immediato del consiglio comunale procedendo conseguentemente all’immediata convocazione di nuove elezioni», ha dichiarato Silvio Berlusconi, escludendo anche l’ipotesi di un commissariamento: «La politica in questo caso deve sapere dare un segnale preciso, non ricandidando tutti coloro che sono coinvolti, a qualsiasi livello, in questa vicenda». M5S passa dalla proposta all’azione occupando in serata parte del Consiglio comunale e protestando rumorosamente contro Marino e la sua maggioranza che non si fa da parte per il commissario. I membri del direttorio Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista guidano un blitz in Campidoglio al grido di «Onestà!» e «Fuori la mafia dallo Stato», con altri parlamentari, gli eletti al Comune e decine di militanti.
Nei palazzi, però, i vertici delle istituzioni la pensano diversamente. «Il Comune di Roma è assolutamente al di fuori» dai criteri dello scioglimento, «ci vuole ben altro», ha commentato il presidente del Senato Pietro Grasso, confermando però che nell’inchiesta «ci sono tutti i presupposti per l’aggregazione mafiosa: ormai il fine di far profitto ad ogni costo ha superato qualsiasi rito tradizionale di iniziazione della mafia». Lo stesso prefetto Giuseppe Pecoraro ha frenato sull’ipotesi dello scioglimento: «Roma non è una città mafiosa. Ci sono comportamenti mafiosi, che è un’altra cosa».
SALVINI PRONTO
A pesare sono state le parole del ministro dell’Interno Angelino Alfano che aveva dichiarato al Messaggero: «Sullo scioglimento andiamo tutti, e io per primo, con i piedi di piombo». E anche ieri ha invitato «la magistratura a ripulire dal marcio ovunque si trovi», senza punire la città: «Non si annuncia un commissariamento, anche perché il sindaco Marino non è coinvolto da queste vicende e Roma è una città sana». E nella partita per il Campidoglio c’è anche la Lega che scalda i muscoli: «Se si dovesse andare presto al voto, presenteremo un candidato sindaco leghista». Romano, ma di fede padana.

IL MESSAGGERO