Renzi deciso: non mi fermo avanti con i costi standard

MATTEO RENZI

«Non mi lascio certo di impressionare dalla rivolta delle Regioni. Di sprechi nel settore della Sanità ce ne sono, eccome. E allora o tagliano loro, oppure ci penso io». Matteo Renzi tira dritto. Il premier non ha alcuna intenzione di colpire prestazioni, posti letto e prontosoccorsi. Non vuole smontare, insomma, il Patto della salute siglato appena qualche mese fa. Ma è determinato a spingere le Regioni ad applicare i famosi costi standard per l’acquisto di apparecchiature e strumentazioni mediche, siringhe, garze, servizi di ristorazione, vigilanza, pulizie e quant’altro. «Perché di grasso che cola, di sprechi, ce ne sono ancora tanti. Molti risparmi ancora si possono ottenere per rastrellare 20 miliardi di tagli e poi abbassare il costo del lavoro».
Raccontano che l’altro ieri, in Consiglio dei ministri, il premier «è stato duro, quasi brutale». Di fronte a sé a poggiato il librone con i conti dello Stato che gli ha regalato il ragionieri generale Daniele Franco, a dimostrare che lui i conti li conosce bene. Dunque, «non mi faccio prendere per il naso, so dove si annidano gli sprechi». E ha scandito un aut aut netto, dove non c’era alcuno spazio per la diplomazia: «Vi do tempo fino a domenica per presentare le vostre proposte di tagli. Se saranno congrue con l’obiettivo di raggiungere i 20 miliardi, bene. Altrimenti procedo io. E ho in mano le proposte di Cottarelli…». Quelle lacrime e sangue. Quelle che non risparmiano neppure le pensioni e tantomeno la Sanità. Più edulcorata la versione che filtra da palazzo Chigi: «Nessun diktat per ottenere risparmi pari al 3%. Il premier ha chiesto ai ministri di indicare dove affondare il bisturi, di stabilire le priorità. I famigerati tagli lineari sono esclusi».
LAVORO & SALUTE
Tanto per gradire, in vista del redde rationem, ieri Renzi ha incontrato il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, e il consigliere economico Filippo Taddei. Per parlare di tagli, appunto, visto che quel dicastero ha un forte budget di spesa. E per cercare di capire se è possibile accelerare la riforma del jobs act, un intervento sollecitato anche da Bruxelles e dalla Bce. Alla fine si è deciso di provare a ottenere il via libera entro novembre, un mese e mezzo prima del previsto e in tempo utile per presentarsi al Consiglio europeo di dicembre con una credenziale in più. «Ai tagli ci pensa Poletti». E saranno altri dolori.
Il nodo più importante e difficile resta però quello della Sanità. Il piano al quale si sta lavorando per non toccare il Patto della Salute e ottenere subito risparmi, prevede di incrementare di un miliardo e mezzo gli obiettivi di riduzione di spesa delle Regioni sull’acquisto di beni e servizi già previsti dal decreto di aprile che ha introdotto il bonus da 80 euro. Il provvedimento assegna ai governatori l’obiettivo di risparmiare sugli acquisti 700 milioni. La somma, adesso, sarebbe portata a 2,2 miliardi. Nel caso in cui le Regioni non riuscissero ad effettuare i tagli (che dovrebbero avvenire soprattutto sugli acquisti di servizi sanitari), scatterebbe una riduzione lineare dei trasferimenti dal bilancio pubblico. Altri tagli potrebbero riguardare il Fondo per la ricerca, pure gestito dal ministero della Salute. Ma le simulazioni, per ora, rimangono lontane dai 3 miliardi chiesti da Renzi.

Il Messaggero