Renzi dalla Silicon Valley: ora cambiamento violento

MATTEO RENZI 4

«Io cambio l’Italia e voi il mondo». Un bagno di velocità, dopo otto mesi trascorsi in compagnia dei soliti italici e inossidabili frenatori. L’incontro a San Francisco con un nutrito gruppo di ricercatori italiani che hanno varcato l’Atlantico per non finire come i protagonisti del film “Smetto quando voglio”, è stato per Renzi un modo per incontrare di nuovo la realtà. Centocinquanta nella sala, e altri cinquemila sparsi nella valle californiana. Una pattuglia di connazionali che di promesse ne hanno ascoltate tante dai predecessori di Renzi e che confessano di seguire da molto lontano i dibattiti, fossili, sulle riforme che si agitano in Italia. A loro Renzi non ha chiesto di tornare, ma di aiutare il Paese a diventare competitivo nella capacità di attrarre talenti: «Non vi chiedo di tornare, io non credo alla fuga dei cervelli, i motivi per cui uno lascia il Paese possono essere molti, anche aver trovato l’amore, ma vi chiedo di aiutarci». Nella Valle c’è un pezzo di quella Italia dinamica e vitale che per secoli ha stupito il mondo. Studiosi, ricercatori, fondatori di start up che, non avendo un padre rettore in grado di moltiplicare cattedre ed incarichi, hanno fatto la valigia trasferendosi dove i cervelli incontrano il denaro. L’importanza del binomio, ad un fiorentino amante del Rinascimento come Renzi, non sfugge.
LE RENDITE

Così come la consapevolezza che il Paese, tagliando senza sosta su istruzione e ricerca, si sia avvitato in una spirale dalla quale è impossibile uscire senza spezzare le rendite di posizione, le consorterie, il sindacalismo e il familismo che hanno invaso le università come gli enti lirici. «Serve una rivoluzione sistematica In Italia. Se lo facciamo diventeremo attrattivi ma non bastano le riforme se non ci sono idee». Per svegliare la parte migliore del Paese, intorpidita e delusa dalla classe politica, Renzi ha bisogno di testimonial e la sei giorni negli Stati Uniti ha l’obiettivo di render ancora più impietosa la fotografia del nostro Paese «attrezzato» di un Parlamento – pagato dai contribuenti – paralizzato e che da settimane si balocca nel non eleggere i giudici costituzionali. Sei giorni, quelli di Renzi negli Usa, iniziati ieri a San Francisco e che proseguiranno oggi a New York e termineranno a Detroit negli stabilimenti di un’azienda, la Fiat, che a modo suo è emigrata vincendo la scommessa nella fusione con Chrysler grazie al sindacato americano Uaw che ha accettato, pur di non veder chiudere la fabbrica, una riduzione del 30% del costo del lavoro, l’aumento dell’orario di lavoro, la riduzione delle pause, il dimezzamento del salario per i nuovi assunti e l’assenza di scioperi fino al 2015.
Un cambio di passo violento ma necessitato. Analogo a quello promesso da Renzi dicendo che è ora di «smettere di piangersi addosso, io sono consapevole che alcune cose vanno cambiate in modo violento ma se voi non ci mettete la forza delle vostre idee e il cervello non si va da nessuna parte». Via libera alla riforma del mercato del lavoro, articolo 18 incluso, e anche a costo di «far arrabbiare qualcuno». Come il sindacato della Camusso che promette scioperi, un pezzo di ceto politico legato al Pd che minaccia battaglie dopo aver fallito pochi mesi fa «un goal a porta vuota», e costringere Confindustria a schierarsi dopo giorni di silenzio e di sospettabile «benaltrismo». La sua speciale condizione di leader che è salito a palazzo Chigi senza le liturgie del passato Renzi la spiega così: «Se c’è un premier libero da padrini e padroni, è il segno che l’Italia si è stancata di certi riti e certa politica, magari si fallisce ma come insegna la Silicon Valley fallendo si impara a fare meglio». La convinzione di essere l’ultima occasione per il Paese rende Renzi sferzante e poco incline alla mediazione. Pronto a sfidare in aula coloro che si mettono di traverso lasciando a loro o la strada della sconfitta o quella del voto anticipato. «Tutti sanno di cosa ha bisogno l’Italia, ma mi dicono vai avanti tu che a me viene da ridere», spiega riassumendo le difficoltà che incontra nel riformare la P.A., la giustizia, le istituzioni di un Paese ridotto a corporazioni e rendite e fatto di «città straordinariamente belle ma città del passato» che non attraggono più come una tempo. Dopo l’incontro con i ricercatori italiani, la visita alla sede di Twitter dove è stato accolto dal Ceo Dick Costolo e da Katie Stanton. Tour degli immensi uffici, tutti open space, confronto sulla opportunità che Twitter può dare alla riforma della PA e promessa di Costolo di venire presto in Italia.

Il Messaggero