Renzi contestato: «Da me solo sorrisi» E convoca i sindacati «Ma ora cambino»

MATTEO RENZI 3

FERRARA Piovono uova sul palco. Mira non proprio precisa, Renzi viene mancato, e la sfangano pure i tre giornalisti stranieri che lo intervistano. Però è turbolento il clima che accompagna l’arrivo del premier al Festival dell’Internazionale. E turbolento lo è pure lui nel suo intento pervicace di coltivare l’inimicizia dei suoi nemici: il sindacato, i vecchi del partito, gli opinionisti d’ogni ordine e grado. E la Merkel: «I tedeschi vennero in Italia nel 2003 a chiedere di sforare i parametri di Maastricht e nessuno li bacchettò come scolari indisciplinati».
Inevitabile, visto il contesto, partire dalle questioni internazionali. Con una premessa che è una promessa: «L’Italia rispetterà il tetto del 3 per certo nel rapporto deficit-pil, anche se sono parametri vecchi e superati. Lo facciamo solo perché, agli occhi degli investitori stranieri, il nostro Paese ha un problema di reputazione da recuperare». Ma se non fosse così, lui magari farebbe come la Francia che ha deciso di sforare: «E nessuno deve permettersi di criticarli. Meglio oggi un Hollande col deficit al 4,4, che domani una Marine Le Pen all’Eliseo».
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I suoi intervistatori stranieri sono poco interessati alle beghe dei Palazzi italiani. Lo incalzano sui diritti degli immigrati e delle coppie non sposate. Renzi risponde parlando di riforme, e fra le riforme in cantiere, sostiene, c’è «lo ius soli temperato» (cittadinanza automatica anche sotto i 18 anni, ma dopo il completamento di un ciclo scolastico) e c’è il riconoscimento delle coppie di fatto «sul modello tedesco». Anche perché, ammette, «il Pd sa di non potersi presentare a elezioni nazionali senza aver risolto queste questioni».
Renzi sente il peso delle critiche che piovono sul governo: «Leggo gli editoriali, e mi rode». Nella piazza del Municipio di Ferrara, sente anche il peso dei fischi. Tuttavia, le concessioni sono poche. «Martedì incontro i sindacati sulla questione del lavoro». Apertura al dialogo, dunque. Per quanto importante, però, pare quasi un pretesto per ribadire «che i sindacati devono cambiare, cominciando a chiedersi perché la maggioranza dei loro iscritti è fatta da pensionati». Oppure per malignare sul fatto che «difendono l’articolo 18 disapplicandolo al loro interno».
Il giornalista del Financial Times lo stuzzica: troppi annunci rispetto ai risultati? Settori della platea applaudono la domanda. Renzi prende cappello: «Senza un obiettivo da raggiungere non si va da nessuna parte». Elenca le cose fatte, i primi passaggi parlamentari della riforma del Senato e dell’Italicum, i disegni di legge sulla Pubblica Amministrazione e sul lavoro. E naturalmente gli 80 euro. Replicando anche a una voce di protesta che si fa largo sotto il palco: «Signora, se gli 80 euro non le piacciono li restituisca. Troviamo qualcuno a cui darli».
Ce n’è anche per la minoranza del partito, ovviamente. La polemica del giorno è sul calo drastico delle iscrizioni al Pd. La risposta altro non è che l’elenco dei successi elettorali: il 40,8 delle europee, la riconquista di Piemonte, Abruzzo e Sardegna alle regionali, le vittorie nel 73 per cento dei Comuni: «Ma forse c’è chi preferisce il Partito Democratico con molti iscritti e percentuali di voto sotto il 25 per cento». E gli accordi con Berlusconi? «Le riforme istituzionali si devono fare con tutti, non è colpa mia se milioni di italiani lo votano». E comunque, precisa, anche se votano il Jobs act non ci saranno le larghe intese
A forza di picchiare a destra e a manca si fa sera. C’è il tempo ancora per parlare della responsabilità civile dei giudici: «Se io sbaglio, la Corte dei Conti lo fa pagare a me. Chiunque sbaglia ne paga le conseguenze. Perché i giudici no?». E c’è tempo per soddisfare le curiosità dei suoi interlocutori stranieri: «L’operazione Mare Nostrum rimarrà fin quando l’Europa non sarà in grado di mettere in campo delle misure che siano ancora più efficaci per accogliere gli emigrati che arrivano sulle nostre coste».

IL MESSAGGERO