Renzi, conflitto d’interessi per la pax Pd

Matteo Renzi

L’uscita di Pippo Civati, dal partito e dalla maggioranza, non ha di certo scosso Matteo Renzi. «Era ormai fuori da tempo…», dicono al Nazareno, Ma il premier e segretario del Pd, dopo lo strappo sull’Italicum e la rivolta di 38 deputati guidati Da Pier Luigi Bersani ed Enrico Letta che non hanno votato la legge elettorale, ha deciso di correre ai ripari. L’imperativo: evitare che l’addio di Civati si trasformi nel classico sassolino che precipitando innesca la valanga. Una scissione guidata da Bersani, che ha un gran seguito sul territorio, viene infatti considerata molto pericolosa e dolorosa. Assolutamente da evitare.
Così, a venti giorni dalle elezioni regionali del 31 maggio, Renzi ha spinto la ministra Maria Elena Boschi ad alzare un’antica bandiera della sinistra: la legge sul conflitto d’interessi da sempre temuta da Silvio Berlusconi.
E’ una mossa, in linea con l’apertura del premier-segretario a trattare sulla riforma della scuola, che serve per dare un motivo di orgoglio e di appartenenza alla minoranza del Pd, in modo da spingerla a impegnarsi con più convinzione nella campagna elettorale. Ma anche una sfida, come ha fatto capire la Boschi in un’intervista al Corsera, a chi per anni ha lasciato covare sotto la cenere il conflitto d’interessi: «Se alcuni dei nostri ex leader o ex premier avessero messo la stessa tenacia che hanno messo negli ultimi tempi sui dettagli della nuova legge elettorale, per avere finalmente una legge sul conflitto d’interessi ci saremmo risparmiati tante fatiche». Assolutamente non casuale il riferimento a D’Alema e a Bersani.
Non si tratta però di un semplice annuncio. La legge, come garantisce il vicecapogruppo vicario Ettore Rosato, verrà inserita a giorni nel calendario dei lavori della Camera. E Renzi punta ad approvarla entro metà giugno.
LA MINORANZA PLAUDE
Sono subito scattati gli applausi di alcuni ribelli del Senato, come Massimo Mucchetti: «Era ora, fa piacere che il governo metta in primo piano una questione che da sempre consideriamo rilevante». Ma un altro dissidente come Stefano Fassina non si lascia impressionare: «E’ una mossa di riposizionamento, Renzi tenta di dimostrare che non si è spostato a destra. E lo fa per dare una ragione a Bersani e agli altri di restare nel partito».
Nell’entourage del premier-segretario escludono invece che tirare fuori dal cassetto la minaccia del conflitto d’interessi serva per spingere Berlusconi a riesumare il Patto del Nazareno. Primo perché l’ex Cavaliere ormai non controlla più il partito «e dopo le regionali lo controllerà ancor meno…». Secondo, perché il soccorso di Denis Verdini in Senato è praticamente certo. Terzo: «I nostri elettori non comprenderebbero una spudorata riesumazione del Patto del Nazareno. Il capitolo è chiuso».
Chiuso anche perché Renzi sta lavorando per spingere i 24 bersaniani in Senato (finora decisivi per la tenuta del governo) a stare ben stretti alla maggioranza. La moneta di scambio: alcune modifiche alla riforma costituzionale di palazzo Madama. «Siamo pronti a un confronto vero su varie ipotesi», garantisce la Boschi, «dal sistema delle garanzie all’equilibrio dei poteri, a sistemi diversi di elezione dei senatori come il modello simil Bundesrat». Un’altra mossa di conciliazione Renzi potrebbe giocarla mercoledì in occasione dell’elezione del nuovo capogruppo alla Camera, indicando un esponente della minoranza: Enzo Amendola o Cesare Damiano.

Il Messaggero