Renzi blinda il Jobs Act: non tratto

++ Renzi,fondamentale prima lettura riforme entro europee ++

«Matteo l’ha detto in un modo più rude del solito, ma la sostanza è la stessa: per lui la concertazione è morta. Nulla di nuovo». Matteo Orfini, presidente del Pd, minimizza l’escalation innescata da Renzi contro i sindacati, la Cgil in testa. In realtà il premier si sta spingendo ben più in là della rottamazione della concertazione. Se prima era riluttante a sedersi al tavolo della trattativa, adesso il premier ha sbaraccato il… tavolo.
L’ha confermato ieri con un’intervista rilasciata a “Oggi”: «Vogliamo tenere aperte le fabbriche, non occuparle. Perché l’occupazione di cui hanno bisogno i nostri lavoratori non è quella minacciata dal sindacato. La prossima primavera il Paese ripartirà, dopo troppo tempo di palude e di stagno». Dove tra i veri artefici delle acque stagnanti ci sono, nel Renzi pensiero, proprio «i conservatori del sindacato». «E se vent’anni fa era possibile prendersi il lusso di trattare, ora con la crisi che morde e un Paese rimasto indietro su tutto, si deve soltanto decidere, decidere, decidere».
LA MUTAZIONE GENETICA

Nulla di ciò che fa il premier è per caso. Questa escalation va a braccetto con il progetto di allargare (superare?) il Pd agli elettori di centro-destra. Una mutazione genetica già avviata (il 40,8% delle europee è lì a dimostrarlo) e che Renzi vuole portare avanti disegnando una legge elettorale bipartitica. L’ambizione che era di Berlusconi ora è la sua: un partito del 51%, senza alleati e «senza frenatori».
Per raggiungere questo obiettivo Renzi rottama con malcelato piacere il vecchio collateralismo con la Cgil. E visto che è convinto che a sinistra non nascerà mai un partito in grado di creargli problemi, il premier parte alla conquista dell’elettorato di centrodestra. Così come gli suggeriscono i sondaggi: in settembre lo davano in calo, ma dopo l’offensiva contro l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, la sua stella è tornata a brillare. «E questo perché», spiega uno dei consiglieri, «gli italiani si sono stufati del sindacato, gli addebitano parte delle colpe della crisi e dei ritardi strutturali del Paese. Dunque, ogni volta che spara contro la Camusso, Matteo guadagna consensi».
Renzi perciò va al muro contro muro anche per il varo alla Camera della riforma del mercato del lavoro. Il Jobs act. La minoranza dem spera di correggere il testo licenziato dal Senato, inserendo nella legge delega l’accordo raggiunto in Direzione sul reintegro in caso di licenziamenti discriminatori e disciplinari. Ma come dicono il responsabile economico Filippo Taddei e il vicecapogruppo del Pd, il renziano Ettore Rosato, «si tratta appunto di una legge delega e non è il caso di entrare troppo nel dettaglio. L’orientamento del governo non è quello di recepire l’accordo in Direzione». In più, oltre a volersi tenere le mani libere per i decreti attuativi, Renzi punta a ottenere il varo della riforma del lavoro entro fine novembre. Ed è pronto a mettere la fiducia, nonostante le minacce della minoranza, pur di tagliare in tempo il traguardo.
C’è da aggiungere che lo sciopero generale minacciato dalla Camusso non spaventa il premier. Anzi. Più forti sono le proteste della sinistra e del sindacato, più credibile e rivoluzionario apparirà all’estero il Jobs act. «Una riforma che da anni ci chiede la Commissione europea e dunque assolutamente necessaria per evitare le sanzioni che per ora siamo riusciti a dribblare», spiegano a palazzo Chigi.
Ma c’è di più. C’è che facendo terra bruciata intorno alla Camusso, negandole il ruolo di interlocutore, Renzi divide la Cgil da Cisl e Uil. E offre sponda al suo amico Maurizio Landini, il leader della Fiom che ha lanciato un’Opa sul sindacato rosso ed è indicato come il possibile leader della sinistra-sinistra. «Se proprio ci deve essere un avversario», dice uno dei consiglieri del premier, «è meglio sceglierselo…».

Il Messaggero