Renzi: avanti a maggioranza E si prepara al referendum

PD: RENZI, C'E UNA SINISTRA OSSESSIONATA DA DENARO

Più del taglio dell’Irpef o della riforma della pubblica amministrazione. Più della legge elettorale o del taglio degli stipendi ai manager pubblici. Matteo Renzi sulla riforma istituzionale intende giocarsi tutto e lo ha fatto capire subito attaccando il presidente del Senato Pietro Grasso. Uno scontro frontale che il presidente del Consiglio è pronto a fare con chiunque intenda mettersi di traverso a una riforma graditissima ai cittadini con una maggioranza che sfiora l’80%. La posta è sul piatto. L’appuntamento per una sorta di ”ruba bandiera istituzionale“ è per il 25 maggio, giorno del voto europeo e data entro la quale il premier dice di riuscire a portare a casa un primo passaggio della riforma o – in alternativa – di poter dare l’elenco dei frenatori. In mezzo la possibilità che la riforma istituzionale passi a maggioranza e quindi sia soggetta a referendum.
COLONNELLI

Un’eventualità, quest’ultima, che consentirebbe a Renzi di poter imbastire un’altra campagna elettorale dall’esito scontato. La sfida ingaggiata dal premier non riguarda però solo i 315 senatori che, a vario titolo, sono coinvolti, ma punta a tagliare il cordone ombelicale tra la sinistra e un’area politico-culturale che, a suo giudizio, «ha sempre condizionato le scelte senza pagare dazio». Ieri pomeriggio, in Consiglio dei ministri, il testo illustrato da Maria Elena Boschi è passato all’unanimità. Anche il ministro Giannini, che ha anche trovato il tempo per ricucire con la collega Madia, non ha sollevato obiezioni. La contesa di sposta ora nell’aula di palazzo Madama nella quale, come spiega il senatore renziano Stefano Lepri, «siamo pronti a discutere ogni aspetto per migliorare il testo, ma non si può pensare di rimettere in discussione ciò che i cittadini hanno chiesto anche nel voto delle primarie». La battaglia sarà comunque durissima perché l’iceberg delle resistenze ha la parte immersa molto grande e il premier sa di dover prima di tutto compattare il suo partito e la sua maggioranza, prima di convincere Forza Italia.
ASSEDIO

Il partito di Berlusconi viaggia in ordine sparso. Oggi il senatore azzurro Minzolini presenterà in aula un suo personalissimo ddl costituzionale e al premier, che contesta la possibilità che il Senato diventi il Vietnam pronosticato dal capogruppo Romani, suggerisce di non «indossare i panni del colonnello Kurtz» di Apocalypse Now. Consapevole della frammentazione interna a FI, ieri Renzi si è limitato a rifarsi all’incontro al Nazareno con Berlusconi del gennaio scorso. Nel sostenere che «l’accordo resta valido e il Pd lo rispetterà», Renzi si è voluto anche smarcare dalla richiesta di un secondo incontro con il Cavaliere che, a pochi giorni dalla decisione del giudice tra arresti domiciliari e servizi sociali, diventerebbe particolarmente difficile da spiegare al proprio elettorato. Berlusconi per ora resta bloccato tra la voglia di rispettare i patti e coloro che consigliano lo strappo ricordandogli come andò con la riforma Severino.
«Vado avanti e non mollo», ripete Renzi convinto di avere dalla sua non solo un testo che contiene molte delle soluzioni messe a punto dai saggi messi in pista dal Quirinale a inizio legislatura, ma anche le tante prese di posizione del Pd sulla necessità di porre fine al bicameralismo. E’ per questo che sul principio del Senato ineleggibile non è disposto a trattare: «Se lasciamo eleggere i senatori è chiaro che dovremmo cambiare anche le competenze di palazzo Madama e così non ne usciamo». Forte dei sondaggi e di un comune sentimento che intende far pagare anche alla politica il dazio della crisi, il presidente del Consiglio notava ieri che già dopo un giorno il fronte del ”no“ si sia diviso in più rivoli e sia a caccia di motivazioni spendibili alle orecchie dell’elettorato.
SPREAD

L’assedio al Senato, trasformato in una sorta di palazzo d’inverno, rischia però di complicare il percorso delle altre riforme che il governo ha messo in cantiere. A cominciare dal Def che conterrà i presupposti per procedere a quel taglio dell’Irpef prima del voto europeo. Non a caso ieri Renzi si è intestato il calo dello spread quasi a voler creare un esplicito nesso tra le riforme che renderebbero finalmente il Paese governabile e la rinnovata fiducia degli investitori. «Questo è sicuramente un buon inizio, non so se ci sarà una buona fine», ammette il premier consapevole della valanga di ostacoli che incontrerà la riforma ma anche delle macerie politiche e istituzionali che i ”frenatori“ dovrebbero rimuovere qualora il tentativo non andasse in porto.

Il Messaggero