Renzi: assist contro i rigoristi adesso avanti ancora più duri

Matteo Renzi

Vedere Jean Claude Juncker che insegue Matteo Renzi non è scena usuale. Soprattutto perché, in attesa dell’ingresso del Papa, la parte bassa dell’emiciclo del parlamento di Strasburgo è affollata di eurodeputati che stringono mani e faticano a prendere posto. Alla fine Juncker ci riesce e i due, Renzi è il presidente della Commissione Ue, parlano per diversi minuti sino a quando il cerimoniale non annuncia l’ingresso del Pontefice. «Il piano che stiamo approvando serve alla Ue e non all’Italia», spiegherà il presidente del Consiglio italiano, e presidente di turno dell’Unione, subito dopo il discorso di Papa Francesco. La frustata data dal Papa all’Europa, paragonata ad una «nonna opulenta», ricca ma senza futuro, è fortissima e diventa il manifesto di coloro che intendono avviare un nuovo corso per l’intera Unione.
Il Parlamento è stracolmo, l’inusitata standing ovation che mette d’accordo tutti, certifica la stanchezza della politica che da sola non riesce più nemmeno a ricordare i motivi che spinsero i padri e i paesi fondatori a mettere insieme le proprie storie. Martin Schultz, presidente socialista del Parlamento e promotore dell’invito al Pontefice, sprizza gioia da sotto la barba anche per essere riuscito a sottrarre ai colleghi del Ppe l’autorevole Interlocutore. Tra i più soddisfatti è il presidente del Consiglio italiano che si affaccia nei corridoio antistante l’emiciclo subito dopo il colloquio avuto con il Pontefice insieme a Martin Schulz, il numero uno della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker e quello del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy.
RUOLI DISTINTI

La visita del Papa «è un regalo al semestre italiano di presidenza dell’Unione» sostiene Renzi che così spiega il discorso tenuto in italiano dal Pontefice. Discorso «politico, con la ‘P’ maiuscola», lo definisce il premier che ritrova nelle parole Papa molti dei suoi ragionamenti sull’Europa che deve essere in grado di dare speranza alle giovani generazioni e sul primato della politica rispetto alla tecnocrazia. Piena condivisione delle parole del Pontefice, ma anche la ribadita volontà di Renzi di tenere distinti laicamente i ruoli perchè «nessuno di noi può immaginare di fare le proprie scelte sulla base delle indicazioni del Papa o di un altro leader spirituale o religioso». Parole che rottamano una stagione tutta italiana di rapporti Stato-Chiesa anche perché sono stata pronunciate da un primo ministro «cattolico adulto». Sull’Europa che di deve dare una mossa e uscire da torpore, Renzi ha infilato il coltello sin dalla prima mattina di ieri incontrando i parlamentari del gruppo socialista alla presenza dei vice presidenti di Commissione Timmermans e Mogherini. «Tocca a noi socialisti cambiare l’Europa e dal primo gennaio saremo ancora più duri». Renzi dà ormai per acquisito non solo il varo del piano da 300 miliardi di investimenti, ma anche lo scomputo delle spese per investimenti dal patto di stabilità. Un new deal, lo chiama, al quale si aggiunge l’ok di Bruxelles alla nostra di legge di stabilità.
Se si tratti di un vero e proprio cambio di passo lo si scoprirà presto al consiglio europeo di metà dicembre. Per ora non resta che osservare con un po’ di stupore il silenzio dei falchi di che sembrano finiti in letargo dopo la fine del decennio di Barroso alla guida della Commissione. «Al vertice di giugno quando parlavo di flessibilità sembrava una parolaccia, una cosa assurda. Oggi è chiaro a tutti che in Europa qualcosa deve cambiare», insiste Renzi anche dopo l’intervento del Papa, anche lui critico sui «tecnicismi burocratici delle istituzioni», ma pronto a ribadire che l’Ue, senza le radici cristiane, non va da nessuna parte.

Il Messaggero