Renzi: assist che vale 6 miliardi La Mogherini verso gli Esteri Ue

MATTEO RENZI

Né Matteo Renzi, né tantomeno Pier Carlo Padoan, azzardano cifre. «Il percorso è lungo, il traguardo ancora lontano», dice per scaramanzia il premier che parla «di costruzione paziente di un’Europa meno arcigna e finalmente orientata alla crescita e alla lotta alla disoccupazione». Ma nel giorno in cui perfino Angela Merkel pronuncia le parole «flessibilità», «prolungamento delle scadenze», «investimenti per le riforme strutturali» fuori dal computo del deficit, a palazzo Chigi e all’Economia cominciano a fare due conti. E tirano un grosso sospiro di sollievo.
FLESSIBILITÀ & CONTI

Per prima cosa si dilegua il fantasma della manovra correttiva, che sarebbe stata necessaria (vista la bassa crescita del Pil) per tenere i conti all’interno dei rigidi parametri del Fiscal Compact. E torna in auge la possibilità di fare spesa “buona” per gli investimenti utilizzando il margine tra l’attuale 2,6% del rapporto deficit-Pil e il tetto del 3 per cento. Insomma, tornano in gioco 6 miliardi di euro. Un bel gruzzolo, visto che finora Renzi per evitare di finire sul banco degli imputati a Bruxelles, ha rispettato rigorosamente i parametri procedendo a una feroce spending review per finanziare i nuovi capitoli di spesa.
Poi c’è tutto il capitolo della «maggiore flessibilità in cambio delle riforme strutturali che sono il motore della crescita», come recita il documento italiano consegnato a Herman Van Rompuy. Ebbene, Renzi conta di poter finanziare le riforme appena varate, come quella della Pubblica amministrazione, e quelle che verranno, come il nuovo mercato del lavoro e l’accelerazione della giustizia civile, senza andare a pesare sul deficit. Roba da decine di miliardi di euro, che potrebbero essere “contrattualizzati” in sede europea attraverso la formula dei “Contratti di partnership per le riforme”. Dove gli Stati che le realizzano non ricevono fondi diretti, appunto, ma maggiore flessibilità. Sia per il completamento del piano di rientro del debito (attualmente è al 133% del Pil), sia per il raggiungimento del pareggio di bilancio.
Potrebbe essere liberato altro denaro contante se, come sembra ormai probabile, al Consiglio europeo di giovedì e venerdì verrà accolta la richiesta italiana (sostenuta dal presidente francese Francois Hollande e dai leader socialisti tedeschi) di non conteggiare nel deficit gli investimenti «d’interesse europeo» sul fronte dell’energia, agenda digitale, trasporti. E altre risorse, pari a ben 43 miliardi, si libereranno da qui al 2020 senza finire nel pozzo del deficit, se Renzi riuscirà a non conteggiare tra le “spese cattive” la quota parte di co-finanziamento nazionale dei fondi strutturali europei (30 nuovi e 13 del bilancio scorso).
IL NODO DELLE NOMINE

Nell’attesa di «completare i conti», ieri Renzi insieme al consigliere diplomatico Armando Varricchio ha lavorato al discorso sull’agenda del semestre italiano di presidenza dell’Unione che pronuncerà oggi in Parlamento (e presenterà anche «il programma dei prossimi 1000 giorni», ha annunciato ieri sera il ministro Boschi). «Ma è già evidente», dice il sottosegretario all’Europa Sandro Gozi, «che le nostre priorità e il nostro metodo sono ormai ampiamente condivisi». Perché, come chiedeva Renzi, «prima si procede all’intesa sulle cose da fare, sul nuovo corso in nome di crescita e occupazione, poi si procederà alle nomine della nuova Commissione». E perché, «finalmente», la parola flessibilità è diventata di casa anche a Berlino. Sulle nomine, però, non tutto è andato come il premier voleva. Renzi puntava a un’importante poltrona economica «per orientare l’agenda da vicino e in modo concreto». Tant’è, che era arrivato a dire che la presenza di Mario Draghi alla guida della Banca centrale europea non rappresentava un ostacolo. E in subordine avrebbe gradito la presidenza del Consiglio europeo ora occupata da Van Rompuy. Ma alla fine l’ipotesi più probabile è quella di ottenere il ruolo di ministro degli Esteri dell’Unione, dove ha «un solo candidato senza subordinate»: Federica Mogherini, attuale capo della diplomazia italiana. Lei, forse per scaramanzia, dice che la sua nomina, «è soltanto un’ipotesi». Ma per Renzi, come rivelano i suoi collaboratori, «quello di Federica è un nome secco». E ricordano che la Mogherini «ha gestito in prima persona il dossier che ha portato all’ingresso del Pd nel Partito socialista europeo. Dunque, è ben vista bel mondo progressista».

Il Messaggero