Renzi: abbassare le tasse non è di destra, è giusto

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«Renzi abbassa le tasse. È di destra o di sinistra? Leggo sui giornali questa discussione sulle tasse. Io dico, ma soltanto noi siamo in grado di fare queste discussioni. Abbassare le tasse non è né di destra né di sinistra. È giusto, punto». Matteo Renzi non ci sta a questo ennesimo attacco da parte della minoranza del suo partito, l’ex leader Pier Luigi Bersani ancora in testa. Non ci sta a l’ennesimo «scontro tra fazioni» riaccesosi, appena chiusa la riforma costituzionale in Senato, sulla legge di stabilità appena approvata dal Consiglio dei ministri. «Il dibattito in questi anni troppo spesso è stato uno scontro tra fazioni, tra componenti di partito, dove ognuna voleva distruggere l’altra. Lo dico da segretario. Ma c’è un momento in cui prima di tutto viene l’Italia e il compito prima di dividersi è trovare il bene comune», dice il premier parlando a Udine in una delle tappe del tour “cento teatri”. Il “sospetto” è sempre lo stesso: dal jobs act alla legge elettorale alle riforme fino alla Legge di stabilità, la minoranza dem trova sempre pretesti per attaccare lui, il premier: «Anche tra noi c’è chi rema contro – scandisce – perché vuole solo contestare chi guida la barca».

Anche se il vice del partito Lorenzo Guerini cerca di gettare acqua sul fuoco dicendosi convinto che alla fine il Pd troverà come al solito la quadra, e aprendo quindi all’ipotesi di modifiche in Parlamento, è difficile pensare che il premier possa a questo punto fare marcia indietro sulla misura più contestata dalla sinistra del Pd, ossia l’abolizione della tassa sulla casa per tutti. «Compresi i proprietari di ville e castelli», sottolinea il bersaniano “radicale” Alfredo D’Attorre, che oramai non esclude una sua uscita dal partito («se non ci saranno modifiche sostanziali io questa legge di stabilità non la voto»). L’abolizione della tassa sulla casa è il cuore della manovra messa in piedi da Renzi, che spera in questo modo di lanciare un messaggio di fiducia agli italiani e di incrementare i consumi ma anche – e non è un dettaglio – di ripetere l’effetto 80 euro delle europee anche alle amministrative della prossima primavera. Indietro non si torna, e lo spazio per le mediazioni è ben poco. «Alla faccia di chi dice che c’è un uomo solo al comando (si legga Bersani, ndr), dico che la sfida la vinciamo insieme. Io so quali sono le mie responsabilità. Vado avanti come un treno, non ho paura: posso perdere le elezioni ma non la faccia. Vado avanti senza arretrare di un centimetro».

Non solo tassa sulla casa, nelle critiche della sinistra. Con accenti diversi, i deputati e senatori della minoranza del Pd segnalano altri punti non graditi: l’innalzamento del limite al contante da mille a 3mila euro che favorirebbe l’evasione (misura definita da Bersani «un insulto all’intelligenza degli italiani»), il rinvio dell’intervento sulle pensioni, l’esiguità delle risorse su povertà e Sud, il taglio alla sanità. Eppure sulla Legge di stabilità nessuno potrà invocare il voto di coscienza. E a parte D’Attorre, i più escludono la scissione. «Non esco neanche con le cannonate», dice Speranza. E Miguel Gotor, uno dei 25 senatori “dissidenti”, rimarca: «Quando ci sarà da ricostruire il Pd voglio esserci e dare una mano». La scissione non è all’ordine del giorno, dunque. Ma la battaglia degli emendamenti in Senato sì. Emendamenti che saranno messi a punto appena sarà noto il testo, si fa notare dalla minoranza del Pd con un certo sarcasmo («a Mattarella ha mandato le slide?»).

Il Sole 24 Ore