Renzi a Berlusconi: ora i fattio si va al voto

MATTEO RENZI 7

A incontro terminato, Matteo Renzi ha fatto il punto con Luca Lotti e Lorenzo Guerini, che hanno partecipato alla riunione con Berlusconi, Verdini e Letta. «Dunque, l’accordo sulla riforma del Senato tiene, ci saranno solo aggiustamenti su punti marginali», ha riassunto il premier. E ha aggiunto: «Restano i paletti fissati nell’incontro del Nazareno. Perciò il ddl verrà approvato entro il 25 maggio, come stabilito e dell’Italicum ci occuperemo dopo». Insomma, per dirla con il presidente del Consiglio «nessuno spazio a manovre dilatorie e ricattatorie».

Quindi l’incontro è finito come è iniziato, ossia con un premier caricato a molla. Già, perché è stato un Renzi tutto pimpante per le nomine quello che ieri sera ha accolto la delegazione di Forza Italia. Il premier non ha potuto fare a meno di rendere partecipe del suo stato d’animo anche Berlusconi: «Sono soddisfatto della rivoluzione che abbiamo fatto sulle donne, mettendole ai vertici». Però, sulle nomine, il leader di Forza Italia ha avuto molto da ridire, anche se alla fine ha ammesso: «Hai avuto un bel coraggio, io non lo avrei fatto».

Ma non era questo il motivo dell’incontro. Incontro che desterà polemiche che non sembrano preoccupare il premier, pur conscio del fatto che Grillo userà questo colloquio per dargli addosso: «Dentro Forza Italia c’è una grande fibrillazione sul Senato – aveva spiegato ai suoi prima del colloquio – ed é giusto parlare con il leader dell’opposizione se questo significa salvare l’iter delle riforme». Lo spirito pragmatico di Renzi, ancora una volta, ha avuto la meglio sui dubbi circa l’opportunità dell’incontro: «Berlusconi vuole un riconoscimento pubblico, noi vogliamo la riforma». E comunque anche Napolitano gli aveva ribadito la necessità di un «accordo il più ampio possibile» e aveva rilevato l’opportunità di quel colloquio.

Il premier non si fidava delle assicurazioni di Berlusconi: «Non ti preoccupare, Matteo il patto tra di noi tiene». Perciò ha affrontato l’interlocutore con la franchezza di sempre: «Voglio vedere i fatti. E i voti che Fi darà, in Commissione e in aula, saranno i fatti concreti, perché questa riforma è importante e io mi sono impegnato a farla approvare entro il 25 maggio. Non per campagna elettorale, ma perché serve al Paese».

E di fronte a un Berlusconi che cercava di trattare per non far vincere all’avversario anche questa mano, Renzi è stato chiaro: «Questa è una riforma importante, che piace anche al tuo elettorato, dovresti cavalcarla e rivendicarla, non arroccarti in difesa». Come a dire, se vuoi essere ancora protagonista della scena politica, non conviene nemmeno a te perdere questo treno.

Tattica che Renzi non conosce e disdegna, quella dell’arroccamento. Tant’è vero che, alla fine, per convincere Fi a «mantenere fede al patto» è ricorso, come sempre, a un ragionamento inoppugnabile: «Io non ho problemi, non sono legato alla poltrona, non ho firmato un contratto per restare a Palazzo Chigi a vita, posso sempre andare via. Se non riusciamo a fare le cose, togliamo il disturbo e andiamo alle elezioni». Elezioni che Renzi non si augura, non cerca e non vuole, convinto com’è che l’importante sia andare avanti, fare le riforme, «rivoluzionare l’Italia» e, forti di questo, contrattare con i partner Ue regole meno rigide, «perché l’Europa del rigore è un’Europa senza futuro».

Ma il premier sa pure che anche solo ventilare la minaccia di un voto anticipato funziona, quando l’interlocutore tutto vuole tranne che andare al voto mentre il suo partito si sta disfacendo. Perciò é pronto al «confronto sul ddl», purché non si «snaturi l’impianto della legge».

CORRIERE DELLA SERA