Regeni, in tv l’orgoglio dell’Egitto: “Le accuse dell’Italia ci offendono”

Giulio Regeni

Ora su Giulio Regeni il governo egiziano fa quadrato. Dopo le spiegazioni ufficiali circa il ritorno anticipato degli inquirenti da Roma è il momento dell’orgoglio nazionale. La controffensiva comunicativa ai social network, decisi a brandire la vicenda del ricercatore friulano massacrato al Cairo in funzione anti-regime, non si combatte tanto sui giornali di Stato, che rivolgendosi a un pubblico alfabetizzato si tengono un passo indietro dalla mischia, quanto in tv: mentre il quotidiano «al Ahram» si attiene alle notizie delle agenzie internazionali, gli anchorman chiamano il popolo alla difesa del Paese sotto attacco.

«Non è vero che l’Italia ha chissà quali informazioni, rilancia quello che gli passano i traditori egiziani», ripete dagli studi dell’emittente «Sada al Balad» Ahmed Mousa, il giornalista considerato vicino al ministero dell’Interno. Per ora i suoi strali non sono diretti a Roma ma in casa, contro colleghi come Youssef Al Hossainy di «OnTv», che dopo il sostegno iniziale al presidente al Sisi ha assunto posizioni più critiche anche riferendosi alla vicenda del ricercatore friulano, e contro Mona Saif, la sorella dell’attivista incarcerato Alaa Abdel-Fattah che per prima ha tirato in ballo il nome del generale Khaled Shalaby. Il portavoce del ministero degli Esteri egiziano, Ahmed Abou Zeid, accusa invece l’Italia di «sfruttare il caso Regeni per questioni interne».

Non che l’egiziano medio in queste ore si precipiti a parlare delle relazioni diplomatiche con l’Italia: ha ben altre gatte da pelare e poi, come ammette il tassista Hussein, «ci dispiace per Regeni ma che dovremmo dire dei nostri tanti Regeni e per quei cinque ammazzati come capro espiatorio dalla polizia». Il Cairo però è una città la cui vita si dipana nei caffè dove c’è sempre una tv accesa sulla partita di calcio o sul dibattito politico del momento. E il dibattito politico del momento è la risposta alle «offese» di Roma.

«Sembra di essere tornati ai tempi di Nasser, la difesa dell’Egitto e la sbianchettatura dei crimini del regime viene prima di tutto anche a costo di enfatizzare cose assurde come il rifiuto di consegnare all’Italia i tabulati telefonici per rispetto della privacy», osserva un intellettuale. Gira voce che il giornalista Ibrahim Issa, ex supporter di al Sisi oggi risoluto sulla ricerca di verità per Regeni, sia agli arresti domiciliari. Chi lo conosce smentisce, ma al Cairo le voci non girano mai per caso.

Il tam tam è incessante. Dai microfoni di «Al Kahera Wal Nas» Ossama Kamal si domanda come faccia l’Italia a fidarsi di «retroscena non realistici», auspica che le autorità egiziane forniscano presto le informazioni che scagionano il Paese «da queste calunnie» e sibila l’ipotesi che «la campagna anti-Egitto abbia degli obiettivi ben diversi dalla ricerca della verità». Su «Alassema» Azmi Meghid è ancora più duro, associa la foto di Regeni a quella di una ragazza velata, suggerisce una qualche conoscenza con la Fratellanza Musulmana e accusa gli «anti-patrioti» di non chiedere conto a Roma dei «tanti egiziani scomparsi in Italia». Conoscendo la disposizione nazionale alla cospirazione non sorprende di trovare una coppia di anziani a discutere del nazionalista-islamista «al Masreyoun» e della teoria del professor Mohamed Hussein, secondo cui «l’Italia cerca l’escalation perché voleva mandare le truppe in Libia attraverso l’Egitto ma non è stata accontentata».

L’atmosfera è pesante. Anche perché stabilire l’efficacia della propaganda all’interno di un regime diviso è complicato. Ieri, oltre a Regeni, il Cairo discuteva di Sanafir e Kiran, le isole che, con disappunto degli egiziani, il presidente al Sisi avrebbe «regalato» all’Arabia Saudita nell’ambito dell’apparente riavvicinamento tra i due Paesi. A criticarlo è intervenuto sul canale «Dream» l’ex generale Abdel Monem Saiid, ex governatore del Sinai meridionale e irriducibile nel rivendicare l’«egizianità» dei due fazzoletti di terra. Anche l’esercito partecipa, in ordine sparso, alla guerra sotterranea per l’etichetta di miglior nazionalista: in ballo c’è la verità su Regeni ma anche il futuro dell’Egitto.

La Stampa