Referendum Grecia, cosa accade se vincerà il sì o il no

Tzsipras-elezioni

SE VINCERA’ IL SI’
Il “Sì” alla proposta dell’ex Troika – per quel che valgono i sondaggi della scorsa settimana – pare essere l’esito più probabile del referendum. Il 70% dei greci vuole rimanere nell’euro. E il 57% è disposto a farlo anche a costo di mettere la firma del governo sotto un accordo difficile da digerire.

Cosa succederà se questo sarà davvero l’esito? Il premier Alexis Tsipras, che pure fa campagna per il no, è stato chiaro: “Rispetteremo la volontà dell’elettorato, anche se io non sono un uomo per tutte le stagioni”, lasciando intendere che potrebbe dimettersi. Un secondo dopo la proclamazione della vittoria del sì, dunque, dovrebbe prendere l’aereo per Bruxelles e formalizzare l’ok della Grecia alle proposte rese pubbliche da Jean-Claude Juncker un paio di giorni fa: nuovi tagli alle pensioni, obiettivi rigidi di avanzo primario, una dura riforma fiscale, tagli alle spese militari, privatizzazioni e liberalizzazione del mercato del lavoro. I creditori a quel punto dovrebbero sbloccare gli aiuti necessari per saldare i debiti di Atene: l’ultima tranche da 7,2 miliardi del piano di assistenza da 240 miliardi e gli 11 miliardi nel fondo salva banche. Quanto basta per rimborsare gli 1,6 miliardi di prestiti già scaduti dell’Fmi e i 7 circa dovuti alla Bce tra luglio e agosto.

Non è detto però che tutto fili così liscio. Anzi, gran parte degli osservatori disegna scenari differenti. La prima cosa da capire, in teoria, è se la proposta su cui votano i greci sarà ancora sul tavolo il 6 luglio. In teoria, infatti, scade domani alla chiusura del programma di aiuti, anche se la scelta di Juncker di renderla pubblica fa pensare che Bruxelles sia disposta a tenerla in vita almeno fino a domenica. Il vero problema è la tenuta di Syriza davanti a un risultato di questo tipo. Le riforme chieste dalla Troika dovrebbero infatti essere approvate in Parlamento per sbloccare i finanziamenti. E – con tutta la buona volontà di Tsipras – pare molto improbabile che l’ala più radicale del suo partito sia disposa a votarle turandosi il naso. Lo stesso ministro delle Finanze Yanis Varoufakis ha ammesso che con la vittoria del sì sarebbe forse necessario “riconfigurare il governo”.

Gli esiti più probabili potrebbero quindi essere due: Tsipras si rende conto di non avere i voti in aula e dà le dimissioni convocando le elezioni. Si parla già del 26 luglio (vanno fatte entro un mese). La Costituzione gli consente a questo punto di scegliere lui i candidati di Syriza tagliando fuori i contrari al compromesso. Il partito del premier del resto è ancora in testa a tutti i sondaggi. Tanto che l’opposizione, in questo caso, potrebbe coalizzarsi in un cartello pro-euro per conquistare il premio di maggioranza.

L’altra ipotesi è quella di un governo di unità nazionale. L’ex premier Antonis Samaras l’ha già chiesto a Tsipras, sostenendo che né lui né il rivale dovrebbero farne parte. Il presidente del Consiglio potrebbe tentare un esecutivo d’emergenza senza coinvolgere il centrodestra, ma accontentandosi dei voti di To Potami e del Pasok (17 e 13 rispettivamente). Ma forse non basterebbero. Il governo Syriza-Anel ha una maggioranza di 162 su 300. L’ala radicale della sinistra contra 30-40 deputati e Anel 13. Pare quindi difficile un governo di unità nazionale senza i voti del centrodestra di Nea Demokratia, ipotesi indigesta per Tsipras.

SE VINCERA’ IL NO

Il “no” parte svantaggiato nel referendum di domenica, malgrado il governo – con mossa accorta – abbia posizionato la casella “Oki” (no in greco) sopra quella del “Nai” (sì) sulla scheda elettorale in stampa in queste ore. Le conseguenze di una vittoria del no, dicono in molti, rischiano di essere molto più complesse da gestire. Il premier Alexis Tsipras ha detto che un esito di questo tipo gli darebbe il mandato per respingere al mittente il compromesso e presentarsi a Bruxelles per negoziarne uno migliore forte del risultato referendario. Resta da vedere se a quel punto troverà qualcuno seduto dall’altra parte del tavolo. Molto probabilmente no.

La Troika potrebbe considerare il no come la chiusura dei negoziati. Non solo non riaprirebbe le trattative, dunque, ma chiuderebbe definitivamente il suo programma obbligando la Bce a staccare la spina dei finanziamenti ad Atene, sospendendo le linee di credito d’emergenza che negli ultimi mesi hanno tenuto in vita il paese. A quel punto lo stato senza soldi non potrebbe rimborsare i creditori e per riaprire le banche sarebbe costretto a battere una moneta propria. Le ipotesi sul tavolo al riguardo sono due: o una valuta parallela che tenga in corso (pur svalutandosi del 30-40%) l’euro, o la dracma, segno dell’addio definitivo alla moneta unica. Le conseguenze sociali ed economiche (fallimento e nazionalizzazione delle banche, choc sull’economia) sarebbero tragiche e facili da immaginare. Specie per un paese che ha già perso il 27% del Pil in cinque anni d’austerity. L’Europa, dicono in molti non starebbe a guardare. Anzi. Potrebbe a quel punto intervenire con prestiti d’emergenza, ma il danno sarebbe però fatto. E probabilmente irreparabile.

La domanda da un milione di dollari (che potrebbe cambiare radicalmente questo scenario) è se il presidente della Repubblica Prokopis Pavlopoulos, uomo del centrodestra di Nea Demokratia, assisterà da semplice spettatore a questo cupio dissolvi. Il ruolo di capo dello Stato in Grecia è quasi solo simbolico. Pavlopoulos ha però in mano un’arma micidiale: le sue dimissioni. “Non sarò mai il presidente di un paese che esce dalla moneta unica”, ha detto con chiarezza. E se desse le dimissioni, ci sarebbe una conseguenza immediata: il paese andrebbe entro un mese alle elezioni. Scompaginando le carte e riaprendo i giochi. Anche se a quel punto si andrebbe al voto senza alcuna rete di protezione finanziaria da parte della Ue.

Gli osservatori ellenici sono convinti che in caso di vittoria del no, siano proprio le dimissioni del capo dello stato la soluzione più probabile. In entrambi i casi, però, per la situazione sociale nazionale sarebbe uno stress fortissimo: i controlli di capitale rimarrebbero sicuramente attivi. I tetti ai prelievi idem. E nel caso di elezioni rimarrebbe il dubbio sui chi andrebbe a vincerle. Syriza è in testa nei sondaggi. Pasok e Nea Demokratia non sono stati capaci di rinnovarsi dopo aver portato il paese al crac nel 2010. E all’orizzonte resta sempre l’incubo di Alba Dorata, malgrado i vertici del partito neonazista siano in gran parte agli arresti domiciliari. Chrysi Avgi viaggia in questo momento nei sondaggi (che ne hanno sempre sottostimato il peso elettorale) attorno al 6% e alle ultime elezioni è stato il terzo partito del paese.

La Repubblica