Re Giorgio, senti chi parla «Stop a manovre di palazzo»

GIORGIO NAPOLITANO

Walt Withman scrisse: «Mi contraddico? Certo che mi contraddico, sono grande, contengo moltitudini». Però a tutto c’è un limite. È il caso di Giorgio Napolitano. La sua più grande contraddizione è stata forse la celebre marcia indietro dall’accorato plauso all’invasione sovietica in Ungheria, nel ‘56. Questo, in teoria, rientra nei travagli interiori che ebbero molti post comunisti. Ma il contenuto dell’intervista del senatore a vita a la Repubblica di ieri, francamente, è difficile da scandagliare con l’umana comprensione.

È stata, innanzitutto, un’enorme restituzione di cortesia a Renzi che lunedì, parlando alla Camera della riforma costituzionale, lo aveva citato chiamando l’applauso («Vorrei che il primo pensiero di quest’Aula, in questo mio intervento, fosse per Giorgio Napolitano»). Però l’ex Presidente si è fatto un po’ prendere la mano, contraddicendo sia se stesso che i fatti. Considera «impropria» l’ipotesi, girata nei giorni scorsi, di una sua presidenza dei comitati per il sì nel referendum sulla la riforma costituzionale. «Io sono in una posizione peculiare – ha spiegato – perché in vista del referendum mi ricollegherei a scelte di fondo sostenute e all’esperienza anche amara fatta da Capo dello Stato». Dunque, par di capire, rifiuta di presiedere i comitati per ragioni di coerenza col precedente ruolo istituzionale. Tuttavia, assicura, «svilupperò autonomamente la mia partecipazione al confronto referendario». Tradotto: niente incarichi ma comunque campagna elettorale. Va bene che la forma è sostanza, ma che cambia?

Secondo punto. Appoggiando in toto la campagna pro astensione di Renzi sul referendum di domenica sulle trivelle, la motiva così: «non andare a votare è un modo di esprimersi sull’inconsistenza dell’iniziativa referendaria». In questo caso, però, l’equilibrio suggerito dal precedente ruolo di Capo dello Stato evidentemente non rileva. Non tanto di fronte al fatto che appena qualche giorno fa il presidente della Corte Costituzionale Paolo Grossi aveva posto l’accento sul «dovere di partecipare al voto». Ma più che altro perché, come ha ricordato ieri Pippo Civati, lo stesso Napolitano, in vista del referendum del 2011 su acqua pubblica e nucleare, diceva: «io sono un elettore che fa sempre il suo dovere, andrò a votare».

Ma il capolavoro, Napolitano lo compie al termine dell’intervista. Quando gli viene chiesto se c’è «aria di spallata a Renzi» e se crede che il premier debba rimanere al suo posto fino alle prossime elezioni, lui è certo: «Gli appuntamenti elettorali servono a far esprimere i cittadini su un eventuale cambiamento di governo. Per decenni l’Italia ha troppo giocato a scioglimenti anticipati o a guerriglie per far cadere il governo in carica o paralizzarlo». Che le elezioni siano il totem della democrazia è sacrosanto. Ma allora Napolitano potrebbe accampare un secondo pentimento storico, pari a quello dei carri armati dell’Ungheria. Nel suo (quasi) novennato ha avuto occasione di nominare cinque presidenti del Consiglio. Soltanto due, Romano Prodi nel 2006 e Silvio Berlusconi nel 2008, erano i leader di una coalizione vittoriosa alle elezioni politiche. Altri tre, Mario Monti (2011), Enrico Letta (2013) e Matteo Renzi (2014), erano sostenuti da maggioranze figlie di un accordo di Palazzo. E poi, visto che Napolitano sembra aver fatto rapidamente i conti con il passato recente, è opportuno rinfrescare, per l’ennesima volta, l’escalation politica che portò al disarcionamento del governo Berlusconi nel 2011. Un lavorio lungo quasi sei mesi, e raccontato da diversi libri usciti negli ultimi anni, dove si testimonia che l’uscita di Berlusconi da Palazzo Chigi fu voluta da una manovra internazionale diretta dal gotha delle istituzioni europee e dal duo Merkel Sarkozy, ma la protesi italiana di questa manovra fu proprio Giorgio Napolitano. Nel libro Ammazziamo il gattopardo , Alan Friedman racconta come fin dall’estate di quell’anno, Mario Monti si consultò con Carlo De Benedetti e Romano Prodi sull’opzione di accettare o meno la proposta inoltratagli da Napolitano di formare un nuovo governo. Nella biografia di Berlusconi, My Way , pubblicata lo scorso anno, sempre Friedman riporta una testimonianza di Jose Manuel Barroso, all’epoca dei fatti presidente della Commissione Europea. Egli racconta che durante le riunioni del celebre G20 di Cannes all’inizio di novembre, ricevette una telefonata di Napolitano. «Mi parve chiaro – spiega – che parlasse come se stesse pensando a una soluzione oltre Berlusconi. Chiaro. Molto chiaro». Qualche giorno dopo, Monti giurava al Quirinale. Evidentemente, all’epoca, «gli appuntamenti elettorali» che «servono a far esprimere i cittadini» non erano poi così indispensabili.

Il Tempo