Raid egiziano anti-Isis in Libia Ma Renzi frena sull’intervento

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La decisione, il presidente egiziano Abdel Fatah Al Sisi l’ha presa immediatamente, dopo l’ufficializzazione più drammatica (un filmato, indubbiamente autentico) del massacro dei ventuno cristiani copti sulla spiaggia di Sirte. Sono stati decapitati, e delle immagini emoziona la dignità dei volti di quelle vittime innocenti. Erano egiziani e lavoravano a Sirte, lavori umili. La maggioranza di loro veniva dallo stesso villaggio, El Aour, di cui si conosce solo la povertà. I copti egiziani sono la più grande comunità cristiana nel Medio Oriente. Un comunicato dell’esercito del Cairo, nella notte di ieri, ha preannunciato raid contro l’Isis: «La vendetta per il sangue degli egiziani» è «un diritto assoluto». Nella spedizione (otto missioni in tre orari diversi, il primo alle 4 di notte), sarebbero stati colpiti «campi di addestramento e depositi di munizioni», uccisi 64 miliziani tra i quali tre capi, bombardate postazioni a Derna, Sirte e Bengasi. E tutti gli aerei – sottolinea il Cairo con soddisfazione – sono tornati alla base. Ma nei tempi brevi della comunicazione globale è stata diffusa sul web l’immagine di tre bambini uccisi. Vittime del raid a Derna, viene detto, con due donne.
La notizia delle cinque vittime civili viene confermata da un’agenzia libica di Tripoli, mentre altri media vicini al governo di Tobruk smentiscono, e sostengono che la fotografia diffusa sul web non c’entra nulla con la missione di ieri, ed è di diversi giorni prima. Ma di aver ucciso donne e bambini accusa «il terrorista Abdel Fatah Al Sisi» anche Fajr Libya (Alba Libica), la sigla che unisce – a fatica – una coalizione di milizie filo-islamiche al governo a Tripoli. Alba Libica chiede agli egiziani di lasciare il Paese, per evitare ritorsioni. Si parla di decine di migliaia di lavoratori. Un’agenzia sostiene che, dopo i raid, 35 contadini egiziani sarebbero stati rapiti.
INTERVENTO DI TERRA
Dal Cairo fonti di sicurezza assicurano che l’Egitto starebbe studiando l’invio di forze speciali di terra. Da Tobruk, il governo appoggiato dall’Occidente, che pure sostiene di aver collaborato nei raid di ieri (senza però che l’Egitto lo confermi), invita Al Sisi a non mandare truppe di terra. E si rivolge, invece, con il suo premier Abdullah Al Thani all’Occidente, sollecitando un intervento aereo: «Altrimenti la minaccia dilagherà nei Paesi europei e specialmente in Italia». Italia che, rispetto a dichiarazioni evidentemente precipitose del governo in occasione della presa di Sirte da parte dei miliziani dell’Isis, frena e precisa che aspetterà una decisione dell’Onu. Per Matteo Renzi «questo non è il tempo dell’intervento militare». Sulla Libia occorre «saggezza, prudenza e senso della situazione. La vicenda è problematica, la seguiamo con grande preoccupazione e attenzione, ma non si passi dall’indifferenza totale all’isteria e a una reazione irragionevole» ha detto il primo ministro parlando ai microfoni del Tg5, sollecitando una riflessione delle Nazioni Unite, la cui forza «è decisamente superiore a quella delle milizie radicali».
SOLIDARIETÀ DI MOSCA
Domani il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni riferirà alla Camera sulla situazione. Sempre domani potrebbe riunirsi all’Onu il Consiglio di Sicurezza, come richiesto dalla Francia, molto attiva con il suo presidente François Hollande che ha parlato a lungo, come anche Renzi, con Al Sisi. Il presidente egiziano ha incassato anche la solidarietà del presidente russo Vladimir Putin «pronto a collaborare contro il terrorismo». Giovedì è già in programma un vertice a Washington, al quale parteciperà la responsabile per la Politica estera dell’Unione europea, Federica Mogherini. Si confronterà con il segretario di Stato americano John Kerry e il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry. La Casa Bianca parla di «urgente necessità per una soluzione politica al conflitto», e quindi non militare. Da tempo, le diplomazie occidentali stanno cercando di ricucire un rapporto tra Alba Libica e governo di Tobruk, ipotizzando un esecutivo di unità nazionale in un Paese che, al momento, è il più diviso al mondo.

Il Messaggero