Quirinale, Salvini apre «Renzi faccia un nome» Minoranza pd in trincea

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Mentre Silvio Berlusconi si intrattiene a notte fonda discutendo di flax tax con Antonio Martino, Matteo Salvini lo scavalca facendo sapere che il Carroccio è pronto a votare al Quirinale un candidato proposto dal Pd «positivo e non di parte».
«Non abbiamo nessun nome da proporre, basta però un po’ di buon senso e si chiude», chiosa l’ex ministro Roberto Calderoli facendo intendere che se il Patto del Nazareno regge bastano i voti della Lega per eleggere il successore di Napolitano. La mano tesa dei lumbard a Renzi è comprensibile. In questo modo Salvini riuscirebbe a ricompattare il centrodestra e a tenere fuori dalla partita il M5S e i fuoriusciti dal movimento di Grillo che ripeteranno il rito delle ”Quirinarie”. Il movimentismo leghista su un argomento che sta diventando la madre di tutte le battaglie non si ferma però qui. Calderoli ha riscritto l’odg che dovrebbe sbloccare il varo della legge elettorale al Senato. «La data del 2016 indicata da Renzi – sostiene Calderoli – è sicuramente un passo avanti perché significa che ha accettato il principio di far entrare in funzione l’Italicum dopo le riforme costituzionali». In buona sostanza l’ex ministro ipotizza l’estensione del Consultellum al Senato, che diventerebbe la legge elettorale in vigore, e l’applicabilità dell’Italicum dal primo gennaio 2016 a patto che si sia riformato il bicameralismo perfetto.
IDEA
Meccanismi a parte, resta il problema della volontà politica che ancora non si rintraccia in FI. Ieri sera Renzi, intervistato da Mentana, ha ribadito che nel patto del Nazareno non c’è l’agibilità politica del Cavaliere nè il tema del Quirinale sul quale vige «un principio di buon senso: cercare una larga maggioranza». Berlusconi continua a prendere tempo temendo che Renzi non abbia ancora abbandonato l’idea del voto anticipato a primavera. Problemi non da poco continuano a persistere anche nel Pd dove la minoranza interna cerca su legge elettorale e Quirinale una sorta di rivincita sul Jobs act. «Stiamo lavorando e il clima tra noi è molto sereno – sostiene Luigi Zanda, capogruppo del Pd a palazzo Madama – il 10 sarà il giorno ultimo per gli emendamenti e vediamo come superare i problemi residui».
La minoranza Dem contesta i capolista bloccati e ieri l’altro Pier Luigi Bersani ha evocato il ritorno alle preferenze. I 37 arresti di Roma e le decine di indagati per mafia rendono il percorso del voto di preferenza molto complicato tanto che il neo commissario del Pd romano, e presidente del partito, Matteo Orfini si dice contro le preferenze e le primarie. «Io sono per i collegi e tutto il Pd è d’accordo – spiega Zanda – ma non possiamo votare da soli la legge elettorale e le riforme costituzionali da soli!». «Questa è la grande legislatura delle riforme», ha ribadito ieri Renzi nel question time che si è tenuto alla Camera e Zanda conferma il timing: «Entro Natale voteremo il testo in commissione». Si procede quindi a tappe forzate nel tentativo di licenziare la legge elettorale a metà gennaio e comunque prima delle dimissioni di Napolitano. Mentre il toto nomine impazza, il premier evita l’argomento e fa spallucce alle provocazioni di Civati il quale sostiene che «i 101 ci sono sempre stati e ci sono ancora». In realtà Renzi è convinto che lo scenario è diverso e che non si ripeterà il Vietnam che seppellì la segreteria Bersani anche perché in quella occasione non c’era il rischio di un ritorno alle urne.

Il Messaggero