Quirinale, Renzi cerca la tregua Pd: sennò avanti con FI e dissidenti M5S

Matteo Renzi

E’ ancora tutto in alto mare. Tanto in alto mare, che d’improvviso a palazzo Chigi e al Nazareno non danno più per certe neppure le dimissioni di Giorgio Napolitano mercoledì prossimo, il giorno successivo al discorso di Matteo Renzi al Parlamento di Strasburgo che chiuderà ufficialmente il semestre di presidenza italiana dell’Unione europea. Dopo gli attacchi terroristici a Parigi e dunque di fronte alla necessità di garantire un quadro istituzionale solido in una fase di massima allerta, sono tornate a ricorrersi le voci che vorrebbero le dimissioni del capo dello Stato slittare di una decina di giorni. Un rinvio utilissimo a Renzi: avrebbe la certezza di riuscire a incassare prima il sì del Senato alla legge elettorale e quello della Camera alla riforma costituzionale. «In questo modo la partita per il Quirinale potremmo giocarla senza subire ricatti», incrociano le dita al Nazareno.
Ma al momento la data di mercoledì 14 resta la più probabile per l’addio di Napolitano. Tant’è che Laura Boldrini e Pietro Grasso hanno già redatto l’agenda provvisoria: giovedì 29 gennaio è prevista la riunione del Parlamento in seduta comune con la prima votazione a maggioranza dei due-terzi. Venerdì 30 saranno celebrati altri due voti a maggioranza qualificata. Poi scatterà la pausa del week end, per riprendere lunedì 2 febbraio con la votazione che Renzi ha definito «decisiva», visto che la maggioranza necessaria scenderebbe alla metà più uno dei grandi elettori. Vale a dire 505 voti.
I DUE PIANI ALTERNATIVI

E’ dunque il 2 febbraio – al momento – il D-day. Il giorno in cui Renzi scoprirà le carte. Il premier sta elaborando due piani d’azione. Il primo prevede il ricompattamento del Pd intorno a una rosa gradita ai grandi elettori del partito (circa 460), che verrà poi sottoposta a Silvio Berlusconi. Perché una cosa è certa: Renzi si tiene ben stretto il Patto del Nazareno, convinto che solo con l’aiuto dell’ex Cavaliere riuscirà ad evitare il disastro del 2013. Il piano “B”, invece, partendo dallo “zoccolo duro” rappresentato dall’asse con Berlusconi (Forza Italia dovrebbe perdere per strada solo una trentina di fittiani), prevede un accordo limitato alla maggioranza del Pd senza i «guastatori» guidati da Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema. E allargato ai trenta e più transfughi Cinquestelle.
Va da sé che la rosa dei nomi cambierà a seconda se Renzi punterà sul piano “A” o sul “B”. Nel primo caso il candidato al Quirinale dovrebbe essere espressione del Pd. E i nomi più quotati sono quelli di Walter Veltroni, Sergio Mattarella, Pierluigi Castagnetti, Piero Fassino, Anna Finocchiaro. Nel secondo caso, invece, prenderebbero quota candidature come quella di Franco Bassanini, Pier Ferdinando Casini e Pier Carlo Padoan. Nome buono, quest’ultimo, anche nell’ipotesi di uno “scambio”: Padoan al Quirinale – un tecnico dall’elevato standing internazionale che sul piano politico non farebbe ombra a Renzi – e Graziano Delrio all’Economia, che così smetterebbe di essere l’unico centro di potere davvero autonomo (o quasi) da palazzo Chigi.
Da ciò che si è visto ieri a Bologna, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico, Renzi al momento predilige ancora il piano A. Soprattutto per evitare di accelerare (o alimentare) la scissione a sinistra. Il premier ha scambiato diverse battute con Pier Luigi Bersani (fiero avversario del Patto del Nazareno), si è mostrato cordiale. Il segno che cerca ancora di costruire «il progetto comune». A Bologna invece non si è visto Romano Prodi, che resta a sua volta un importante candidato. Il Professore ha preferito partecipare all’Assemblea straordinaria de Il Mulino piuttosto che andare a farsi vedere da Renzi. Tant’è che Bersani ha sussurrato a monsignor Ernesto Vecchi: «Tenga da parte un po’ d’acqua santa per… Renzi».

Il Messaggero