Quirinale, partono le grandi manovre Prodi vede Renzi: io fuori dai giochi

Romano Prodi

Il caffè con Renzi. Ma prima, il pranzo con John Kerry. O meglio: Romano Prodi e il segretario di Stato americano non stavano seduti, ieri, alla stessa tavola nel ristorante Tullio, ma pasteggiavano in due sale attigue. A un certo punto, si sono visti. Kerry si è alzato ed è andato a salutare Prodi. Stretta di mano e abbraccio. Ed ecco che conversano con evidente affinità di Europa, di America e di scenari mondiali. Agli avventori di Tullio, sembrano due amiconi. Entrambi si mostrano soddisfatti dell’incontro e se il profilo global di Prodi è un fatto sempre più acclarato, questo incontro è la riprova di quanto anche agli occhi degli americani una figura come quella dell’ex capo del governo italiano sia una risorsa in questa fase di mutamenti generali. Ciò significa che Prodi sarebbe, per gli Stati Uniti, il candidato perfetto alla Presidenza della Repubblica?
IL DINIEGO
Il Professore anche ieri, appena entrato nella stanza di Renzi per il caffè lungo due ore, ha ripetuto il suo mantra: «Io sono fuori dai giochi. Non aspiro al Colle». Ma è naturale che tutti gli osservatori, di fronte al colloquio di ieri avvenuto all’indomani delle critiche anti-uliviste dell’attuale premier, si sono esercitati nel seguente giochetto che rientra nel grande gioco di specchi alimentato dalla corsa al Quirinale: Matteo sta ricucendo con Romano per lanciarlo alla vetta della Repubblica sottraendolo ai civatiani e ai grillini che vorrebbero mandarcelo loro o magari per condividerlo con quelle forze? O viceversa lo sta ricevendo in pompa magna proprio per bruciarlo in questa gara nella quale Prodi non si sente affatto in gara? «Se avessero voluto parlare di Quirinale – spiega Sandra Zampa, deputata del Pd, vicinissima a Prodi – non si sarebbero visti a Palazzo Chigi alla luce del giorno. Ma si sarebbero rifugiati di notte in una sperduta trattoria nella campagna italiana più remota». Quindi? Le note ufficiali sostengono che di tutto si è parlato – dell’Europa, della Russia, dell’Ucraina, della crisi economica, della Libia – ma di Colle no. Eppure il tema è in ballo, se il ministro Maria Elena Boschi parla così: «Non è giusto tirare Prodi per la giacchetta. Ma quella figuraccia dei 101, in questo Parlamento, con una leadership forte del Pd, non la ripeteremo».
CASA ARCORE

Silvio Berlusconi, ad Arcore, sembra collegare l’incontro tra i due alla gara per il Colle. E con i suoi collaboratori si dice non propenso, nel caso, a votare per il suo avversario storico. Eppure, si sa, Silvio è – come dice di se stesso – «concavo e convesso». E non è affatto detto che, se si accorgesse che l’eventuale candidatura di Prodi arrivasse da forze non renziane, pur di dare un dispiacere a Matteo potrebbe avallarla magari nel segreto dell’urna al momento opportuno. Ma, appunto, i giochi appena cominciati sono ancora tutti possibili e tutti impossibili e, nella divisione interna ai partiti, Forza Italia – come è dimostrato dalle parole di Fitto ieri: «Rischiamo la marginalità e l’irrilevanza anche nel voto per il Colle» – appare ancora più dilaniata in guerre intestine di quanto lo sia il Pd. E in ogni caso, l’ottimo rapporto che Prodi intrattiene con Putin – a Renzi ieri ha ribadito che «le sanzioni contro la Russia sono autolesioniste per l’Italia e per l’Europa» – agli occhi di Berlusconi è un punto di eccellenza assai pesante da tutti i punti di vista.
L’incontro di ieri, comunque, è servito più a Renzi che a Prodi. Il premier lo ha voluto per sminare il campo nel centrosinistra, per approcciare alla partita decisiva – quella sulla successione di Napolitano – in un quadro il più possibile (ma è possibile?) di chiarezza. E in questo quadro, Renzi avrebbe spiegato a Prodi di non essere affatto contrario a una sua candidatura. Mentre Prodi, nel ribadire il suo «non avrei chance», avrebbe aggiunto però che «non è in mio potere impedire che qualcuno proponga il mio nome». Nel gioco delle probabilità e improbabilità, si inserisce anche l’Onu. Renzi ha detto a Prodi che il governo potrebbe sostenere il suo nome come segretario generale delle Nazioni Unite, nel 2017, ma Prodi ha obiettato che ritiene difficile questa possibilità, anche a causa del peso dell’Italia nello scacchiere mondiale. Diverso – cioè più fattibile – l’incarico al Prof. come mediatore Onu nel caos della Libia.

Il Messaggero