Quella gioia rivoluzionaria nelle parole di Francesco

CSI DA PAPA FRANCESCO

FRANCESCO, alla fine di questa Enciclica, prima di proporre le due preghiere conclusive, sostiene di aver compiuto una “riflessione insieme gioiosa e drammatica”. Mi sento di dire, però, che è la gioia a prevalere – e lo affermo da lettore non credente – seppur i presupposti siano dolorosi. È la gioia di poter credere in un cambiamento rivoluzionario, e in una nuova umanità. È la gioia che profondono le parole del Papa, piene di speranza anche quando descrivono i peggiori disastri in cui versiamo.

Quest’Enciclica, infatti, è innanzitutto una dura ma obiettiva presa di coscienza sulla realtà della nostra casa comune, la terra con il suo Creato. È lucidissima nell’analisi di quanto danno abbiamo fatto alle cose e alle persone impostando i nostri modelli di sviluppo in maniera dissennata, per cui abbiamo lasciato che la nostra politica soggiacesse all’economia e l’economia alla tecnologia.
Nella sua prima parte lo scritto è un perfetto riassunto, altamente educativo, della situazione in cui si trova il mondo: inquinamento e cambiamento climatico, la questione dell’acqua, la perdita di biodiversità con le conseguenze del deterioramento della qualità della vita umana, il degrado sociale, il diffondersi dell’iniquità in un mare d’indifferenza e di presunta impotenza. Un quadro che non lascia spazio a dubbi, neanche scientifici. (…) Ci parla della realtà in maniera cruda ma non interpretabile, e dalla realtà, a cui più volte e in maniera niente affatto casuale l’Enciclica si àncora, parte per le considerazioni successive. Saper guardare, con la stessa capacità di sorprendersi e intenerirsi per la bellezza del Creato propria di san Francesco – questa magnificenza sta tutta nel titolo, Laudato sì – vuole anche dire saper cogliere uno stato umano non più adeguato alla casa comune, e calarsi pienamente nel nostro tempo. Il richiamo a “coltivare e custodire “, così come è scritto nella Genesi, citata in più occasioni, è un rimando a qualcosa di antico e ancestrale, che ci chiede sin dall’inizio dei giorni di vivere con equilibrio la nostra natura più profonda di esseri umani. Intanto, diventa un impegno rivoluzionario per il futuro. Non c’è dubbio che queste parole rappresentino uno dei momenti di svolta più importanti nella storia della Chiesa e soprattutto dell’umanità.

La novità sta nel messaggio universale di Francesco: egli, come non ha mancato di affermare sin dai primi passi del suo pontificato, intende parlare anche a chi professa altre fedi e ai non credenti, e lo fa scegliendo un tema molto attuale, ma anche senza tempo, eterno perché davvero trascende la vita terrena dell’uomo.

Francesco si rivolge a tutti, come fece Giovanni XXIII in Pacem in terris nel 1963, che dedicò lo scritto “a tutti gli uomini di buona volontà”. Forte è il richiamo al dialogo tra religioni, tra scienza e religione, tra saperi tecnologici (e tecnocratici) e saggezze antiche, tra paradigmi e tra tutti gli uomini. Nessuno si senta escluso dalle parole del Santo Padre: nessuno può restare indifferente di fronte alla descrizione della drammatica realtà in cui è calato. Dobbiamo “sentirci uniti da una stessa preoccupazione”.

Non sono pochi gli uomini di scienza che hanno presagito un futuro in cui la razza umana si estinguerà, se continuerà a consumare più risorse di quante la natura ne disponga. Del resto anche Francesco scrive: “Se qualcuno osservasse dall’esterno la società planetaria, si stupirebbe di fronte a un simile comportamento che a volte sembra suicida”. Questi scienziati concordano anche nel dire che la fine dell’umanità non rappresenterebbe la fine del pianeta, la biosfera sopravviverebbe alla specie umana senza troppo sforzo, attuando i dovuti aggiustamenti al suo complesso sistema d’interazioni tra esseri viventi, vegetali o animali che siano.

“Noi non siamo Dio, La terra ci precede e ci è stata data”. Da un lato l’ipotesi di estinzione umana, che non ritengo del tutto improbabile, ci fa intuire come anche per chi vive una diversa dimensione spirituale la vita terrena debba essere necessariamente ricondotta a un rinnovato approccio di fronte alla storia del mondo. D’altro canto tutto questo ci esorta, indistintamente, a interagire in maniera più responsabile con il resto delle specie viventi.

È un passo non più prorogabile, per rendere reciprocamente proficuo il nostro esistere su questo pianeta e preservarlo in favore delle generazioni future ma soprattutto del Creato stesso: un sistema così complesso da non essere ancora pienamente conosciuto dall’uomo, in cui l’indimostrabile – secondo i mezzi scientifici di cui disponiamo – ha ancora un peso decisivo nell’ordine delle cose, misterioso per chi non crede, che riguarda il proprio intimo e la fede per i credenti, caratterizzato comunque da una bellezza che ci inchioda alla nostra responsabilità. Più volte il Papa parla di bellezza, come criterio estetico e spirituale, che deve guidare la nostra etica e la nostra politica. La stessa bellezza che canta san Francesco.

Nell’esortazione a coltivare e custodire, al di là di un epocale senso filosofico e teologico che sta tutto nella definizione di “ecologia integrale” si intravedono anche stringenti questioni che si possono definire politiche: con una dirompenza tale da spingerci senza possibilità di scelta a un mutamento radicale, che dovrà rinnovare l’uomo e le cose fatte dall’uomo.
Nel testo di Francesco non mancano riferimenti a un sistema tecno-finanziario che non funziona e dimostra la sua incompatibilità con una società armonica e giusta. Non solo, ma la centralità della politica, intesa come capacità di disegnare il mondo che vogliamo e di compiere le scelte necessarie per realizzarlo, è riaffermata a fronte di un momento storico in cui l’inseguimento quasi spasmodico del profitto impedisce che i governanti prendano decisioni lungimiranti, capaci di immaginare un futuro oltre le scadenze elettorali.

La Repubblica