Pugno duro di Renzi: fiducia nei pm

Matteo Renzi 1

ROMA «Massima fiducia nella magistratura e massima severità se sono stati commessi reati. I politici facciano il loro lavoro e non commentino il lavoro della magistratura». L’Expo di Milano, a meno di un anno dall’inaugurazione, si trova davanti ad una crisi gravissima che rischia di compromettere l’evento e di produrre contraccolpi anche sul pil e sulla possibile ripresa della nostra economia. E’ per questo che Matteo Renzi, dopo l’iniziale prudenza mostrata nella mattinata di ieri ha dovuto organizzare per martedì una trasferta a Milano per cercare di salvare un evento che dovrebbe offrire un’occasione di rilancio all’immagine del nostro Paese.

VEGGENTI
D’altra parte Renzi è arrivato a palazzo Chigi quando la macchina dell’Expo era già stata avviata dai precedenti governi. La delega data al ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina – ex bersaniano e uomo di punta del Pd lombardo – è stata per Renzi un modo per procedere nella continuità senza doverci però mettere troppo la faccia. Non è un caso se nel vorticoso giro di intercettazioni compaiono esponenti del Pd e ministri in carica ma nessuno dell’entourage renziano. Preveggenza? Forse, ma forse anche la poca condivisione da parte di Renzi di un vecchio modo di intendere i rapporti tra politica e impresa che il Pd lombardo ha già vissuto con la vicenda Penati.

QUESTIONE MORALE
Gli sviluppi dell’inchiesta della magistratura rischiano però di compromettere il tutto e la salita al Colle del ministro Maurizio Lupi, avvenuta ieri, conferma la preoccupazione che anche il Capo dello Stato ha sulla tenuta dell’intero progetto oltre che sulle infiltrazioni malavitose. Il rischio che riesploda Mani Pulite proprio nella città che gli diede i natali, insieme all’arresto di Claudio Scajola, costringono Renzi ad intervenire. «Massima fiducia nella magistratura e massima severità se sono stati commessi reati», ma «l’immagine del Paese non è quella che viene da un’indagine giudiziaria». Resta il fatto che l’elenco delle persone citate nelle intercettazioni, da Bersani a Letta, da Lupi a Maroni, rischiano di gonfiare le percentuali dei Cinquestelle che ieri denunciavano l’esistenza di una «tangentopoli delle larghe intese». Un pericolo che il presidente del Consiglio avverte anche perché il ritorno sulla scena della questione giustizia rischia di complicare il rapporto con Forza Italia che già parla di «giustizia ad orologeria».
Malgrado tutto Renzi è convinto «che questa legislatura, per mille ragioni, durerà fino al 2018, fino alla naturale scadenza del termine» e ribadisce la correttezza dell’intesa con Forza Italia. «Non sto costruendo un governo con Silvio Berlusconi, non sto facendo accordi segreti con lui. Con lui voglio fare un accordo» sulle riforme, «perché le regole del gioco non dovrebbero essere scritte da soli» ma «insieme» agli altri partiti. Tocca ora all’ex sindaco di Firenze provare a spiegare agli stranieri le ”anomalie” della politica italiana. Renzi ci prova in un’intervista al Time nella quale spiega che «Berlusconi è il capo del principale partito di opposizione» e che «in molti altri sistemi istituzionali, sarebbe illogico o innaturale che il capo di un partito possa avere problemi con la giustizia. Ma in Italia lo stato delle cose è che Berlusconi rappresenta ancora una fetta significativa della popolazione».
Probabilmente non deve aver molto convinto l’interlocutore se poi aggiunge «L’Italia non sarà mai un Paese normale. L’Italia è l’Italia. Se fossimo un Paese normale non avremmo Roma, Firenze o quella meraviglia di Venezia». Anche perché – sostiene il presidente del Consiglio – «nel Dna degli italiani c’è un pizzico di follia che nella stragrande maggioranza dei casi è positiva. È genio e talento».

IL MESSAGGERO