Province, governo battuto due volte Riforma appesa a un pugno di voti

Senato

ROMA Al Senato, esordio col brivido del ddl Delrio sull’abolizione delle Province. Battuto due volte in commissione Affari costituzionali su due emendamenti con il risultato di far saltare il tetto ai compensi dei presidenti delle Province e di restituire l’edilizia scolastica alle stesse Province, il governo ha poi, in Aula, evitato per soli quattro voti un disastroso scivolone sulla pregiudiziale di costituzionalità presentata da M5S contro il ddl che prende il nome dal sottosegretario braccio destro del premier. Ed è stato lo stesso Renzi ieri, appena rientrato dall’Aja, a voler sottolineare, in uno dei suoi twitt mattutini, l’importanza della riforma delle Province citandola al primo posto dei dossier su cui lavora il governo. Scampato il pericolo, quando ieri pomeriggio il disegno di legge aveva iniziato il suo iter d’aula che si dovrebbe concludere oggi con il voto di palazzo Madama, il premier, sempre su twitter, osservava: «Se domani passa la nostra proposta sulle Province 3.000 politici smetteranno di ricevere un’indennità dagli italiani. La volta buona». Ad ogni buon conto, visto il rischio corso sulla pregiudiziale dei grillini – respinta con 115 no e un’astensione contro 112 sì, maggioranza assai lontana dai 169 voti ottenuti da Renzi nella fiducia al Senato – a palazzo Chigi si è corsi ai ripari con una riunione serale intesa a blindare il ddl le cui sorti sembrano appese a un pugno di voti. Obiettivo non semplice, dal momento che le assenze che hanno fatto rischiare il capitombolo al governo traggono, tra l’altro, origine dai diffusi malcontenti per l’assenza nella legge elettorale di misure riguardanti le preferenze, le quote rosa e l’abbassamento delle soglie di sbarramento. Introdotta, invece, nel ddl Delrio, la possibilità del terzo mandato per i sindaci dei piccoli Comuni.
ASSENZE TRASVERSALI
D’altra parte, le assenze, nei vari gruppi si sono distribuite trasversalmente con effetti contrapposti. Se Ncd nega la ”strategicità“ dei vuoti tra le proprie file, il dissenso nei centristi di ”Per l’Italia“ si manifesta esplicitamente con Mario Mauro che rivendica essere stata la sua «un’assenza politica» che in commissione ha mandato sotto il governo su una legge che all’ex ministro della Difesa decisamente non piace nel suo complesso. Il gruppo di PI si spacca di nuovo sulla pregiudiziale di costituzionalità del M5S con tre dei suoi senatori che votano contro la maggioranza, mentre il governo viene di fatto salvato dal voto di Pier Ferdinando Casini e Maria Paola Merloni. Ma un assist ancor maggiore all’esecutivo viene dal fronte dell’opposizione, dove l’assenza di almeno 17 senatori di FI scatena la polemica all’interno del gruppo. Ed è lo stesso presidente dei senatori forzisti, Paolo Romani, a scrivere ai suoi lamentando la «perdita di una davvero grande occasione» di bloccare il provvedimento «una volta per tutte: se fossimo stati in aula del ddl Delrio non ne parlerebbe più nessuno».
E, invece, se ne continuerà a parlare, da stamattina a palazzo Madama, dove Renzi intende fare quadrato sul superamento delle Province, chiamando quella di oggi «la prova del nove, la palestra per vedere chi sta dalla parte delle riforme». Dalla sua ha l’Anci, il cui presidente Piero Fassino afferma che l’arrivo in Aula del ddl Delrio «rappresenta una buona notizia per i sindaci italiani: Questa riforma – osserva il sindaco di Torino – rafforza i Comuni rendendoli lo snodo del sistema istituzionale locale». Di diverso parere il presidente dell’Unione delle Province, Antonio Saitta, che parla di «piccola riforma confusa e superficiale che, invece di produrre risparmi, porterà a un aumento della spesa pubblica». Sul piano delle convergenze si registra invece un accordo tra maggioranza e opposizione per la discussione urgente di un ddl costituzionale, a prima firma Vito Crimi (M5S), per la cancellazione tout court dalla Costituzione italiana della parola «Province».

Il Messaggero