Pressing su Lupi per le dimissioni, il ministro resiste Sel e M5S: sfiducia

Trasmissione "Porta a Porta"

Giornata di tensione e imbarazzo a palazzo Chigi, luogo deputato a risolvere il caso Lupi dopo l’inchiesta sulle grandi opere. In assenza di pronunciamenti di Matteo Renzi, propenso ad avere davanti un quadro più chiaro della situazione, è stata una frase del sottosegretario Graziano Delrio a dare la misura delle probabili pressioni da parte del governo che vedrebbe in un passo indietro del ministro delle Infrastrutture la meno dolorosa tra le possibili soluzioni della vicenda. Premesso che Lupi «non è indagato» e che «i fatti non sono tutti a nostra conoscenza», Delrio ammette che «ci sono valutazioni politiche da fare» e che, soprattutto, «c’è una decisione che spetta al singolo e credo che sia in corso una valutazione da parte del ministro».
Le dichiarazioni del sottosegretario erano state appena battute dalle agenzie, quando un’indiscrezione pilotata dal ministero di Porta Pia rendeva noto che Lupi, «per ora, non sta pensando alle dimissioni». Ma contro la linea di resistenza del ministro, Sel e M5S mettevano in campo una formale mozione di sfiducia individuale, concepita prima dai vendoliani che – in mancanza dei numeri sufficienti a presentarla – l’avevano proposta a tutte le opposizioni e anche alla sinistra dem. Ad aderirvi subito i più numerosi deputati a 5 Stelle, a cui Beppe Grillo aveva dato il la attribuendo a Lupi la responsabilità della scelta dei collaboratori al vertice del ministero e chiedendone «le dimissioni e la restituzione fino all’ultimo centesimo di tutti i quattrini che si è beccato come titolare delle Infrastrutture». Più tiepida la Lega, frenata dal peso degli uomini di Lupi in Regione Lombardia, che condizionava la propria adesione alla sfiducia a quanto avrebbe detto oggi lo stesso Lupi parlando al Senato. In serata, però, Matteo Salvini sembrava tagliar corto affermando che la Lega «vuole sì ascoltare quello che dirà Lupi», il quale tuttavia «non potrà andare avanti a fare il ministro». Il leader del Carroccio dava voce invece a quella che sembrava essere l’opzione numero uno dei lumbàrd: sfiduciare direttamente Angelino Alfano, portatore non solo di «chiare responsabilità nel caso Lupi» ma, soprattutto, «ministro dell’invasione» dell’Italia da parte dei migranti. La sinistra del Pd si sottraeva senza esitazioni all’adesione ad una mozione presentata da altri gruppi, mentre la maggioranza del partito, ammetteva «l’esistenza del problema» della presenza di Lupi nel governo e Pippo Civati diceva a Renzi se «non fosse il caso di essere coerente» con la sua precedente richiesta di dimissioni rivolta all’allora Guardasigilli Annamaria Cancellieri per il caso Ligresti.
QUADRATO
Attorno al ministro contestato restava a fare quadrato l’intero suo partito e con toni piuttosto accesi: «Sciacallaggio», «ripugnante e indecente tritacarne di maldicenze su una persona dalla nota sobrietà istituzionale», alcune delle accuse mosse dai parlamentari ncd ai contestatori di Lupi, mentre Carlo Giovanardi auspicava che «le colpe dei figli non ricadano sui padri». FI, da parte sua, affidava la difesa dell’«amico avversario» Maurizio Lupi alla penna garantista di Renato Brunetta che, sul Mattinale, concludeva che «non si può far dettare dai magistrati l’agenda politica e l’organigramma del governo».

Il Messaggero