PIOLI, ECCO IL SEGRETO DELLA LAZIO DA SOGNO

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ROMA Una Lazio così bella si fa fatica a ritrovarla scartabellando gli album della memoria. Quella di Delio Rossi giocava un buon calcio ma difettava di carattere. Reja era un bravo gestore ma quanto al gioco meglio lasciar stare. Petkovic a provato ha dare anima e corpo ai colori biancocelesti senza riuscirci. Nemmeno il roboante successo in coppa Italia contro la Roma era servito a rilanciare l’aquila in alto, anzi si è trasformato in un fardello che ha zavorrato la Lazio. C’era bisogno di un cambiamento, soprattutto per riportare entusiasmo in un ambiente completamente disamorato. Ecco allora Stefano Pioli da Parma. Non certo un rivoluzionario, piuttosto un riformatore che a piccoli passi ha messo in atto una rivoluzione copernicana.
LA MANO DI STEFANO
Non ha l’appeal dell’allenatore di grido, non buca lo schermo come Mourinho, ma ha carattere e questo serviva ad una Lazio sull’orlo di una crisi di nervi. Il primo atto è stato quello di trasformare un branco di buoni giocatori in una squadra. Un lavoro iniziato sin dal primo giorno che si è presentato a Formello. Al «tutti utili, nessuno indispensabile» ha aggiunto il «tutti si devono sentire importanti». Ecco allora giocatori, magazzinieri e staff tecnico abbracciati in mezzo al campo d’allenamento a cantare l’inno biancoceleste. Coccola i giovani e chiede consiglio ai vecchi.
MENTALITÀ E UOMINI
«Dobbiamo imporre il nostro gioco e dominare su ogni campo», ripete fino allo sfinimento. Pressing a tutto campo e giro palla. Una eresia per chi per anni era abituato a mandar giù le minestre di Reja. In silenzio ha saputo superare i momenti più difficili: 3 punti nelle prime 4 gare e il tonfo di Empoli. Un passo alla volta la squadra ha iniziato a seguirlo e ora corre insieme a lui. Nel suo 4-3-3 Pioli ha due cardini: Lucas Biglia e Marco Parolo. L’argentino detta i tempi alla perfezione consentendo un giro palla rapidissimo. Parolo gioca qualche metro più indietro macinando una quantità infinita di chilometri, non limitando però i suoi inserimenti. Finora ha messo a segno ben 5 gol. Mauri, Lulic, Candreva e lo straripante Felipe Anderson sono le frecce capaci di colpire a ogni affondo. La Lazio va sempre alla ricerca della profondità e ha moltissime opzioni offensive pur costringendo il centravanti ad un lavoro di sacrificio. Djordjevic fa a sportellate aprendo gli spazi e all’occorrenza la butta dentro.
PSICOLOGO
La Lazio gioca forse, insieme alla Juventus, il calcio migliore in serie A. Si diverte e fa divertire, tanto che anche i tifosi hanno cambiato idea lasciandosi contagiare dall’entusiasmo di questi ragazzi. Dietro tutto questo c’è un lavoro da fine psicologo che Pioli fa quotidianamente. Ha rimesso i guanti a Marchetti. Cavanda e Ciani ad agosto erano ai margini della rosa, lui li ha rivitalizzati facendoli sentire titolari. Anderson è finalmente sbocciato mettendo in mostra tutti i suoi sgargianti colori. Keita sta pian piano arrivando a maturazione. Ha saputo cogliere Cataldi nel momento giusto. È lui il simbolo della Lazio che verrà: giovane, prodotto della cantera e soprattutto laziale. Klose non ha più mal di pancia per il poco utilizzo, corre come se avesse 10 anni di meno. Tanto che a Milano, quando la Lazio è rimasta in 10, ha vestito anche i panni del difensore aggiunto. A proposito di difesa il Novaretti visto al Meazza sembra il fratello. Pioli parla, i giocatori lo seguono: «Voglio bene a questo gruppo» diceva il tecnico mentre li abbracciava uno ad uno. Il passaggio in coppa dedicato a Djordjevic che in quelle ore era sotto i ferri. Ieri mattina Pioli è andato a trovarlo. Si respira lazialità a Formello. Aria che ha riempito il torace del presidente Lotito fiero della sua creatura. Anche lui si è lasciato contagiare: applausi per la scelta di riportare la maglia con l’aquila sul petto. Una iniziativa che ha riunito la gente laziale. Tare abile a muoversi sul mercato: tasselli al posto giusto ma soprattutto al momento opportuno. Oggi più che mai la Lazio e i suoi tifosi si sentono protagonisti e la Champions non è più una chimera.

IL MESSAGGERO