Pietro Barbini, la vittima dell’acido «Ho ripreso a vivere. Vincerò la tentazione di nascondermi»

Nella foto distribuita dalla Polizia di Stato, Alexander Boettcher e Martina Levato, arrestati per aver aggredito con l'acido un 22enne a Milano, 29 dicembre 2014. ANSA/ POLIZIA DI STATO +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++.

È attraverso gli incontri, in questa storia più che in altre, che si ricomincia a vivere: «Due mesi fa è venuto da noi un signore, Paolo, un po’ anziano, quasi un nonno — racconta Pietro Barbini —. Aveva letto la nostra storia e mi voleva conoscere. Da giovane era stato rapito, l’hanno privato in modo traumatico della libertà. Mi ha detto: “Davanti al male bisogna sorridere, senza farsi strappare i sogni, anche se per un po’ si rimane chiusi al buio”. Sono le parole che mi sono servite di più. Una vicenda come questa ti indurisce, ma aumenta la determinazione, il senso profondo che la vita vale la pena di essere vissuta. In mezzo agli altri»

Le condanne
Nel disastro che ha sconvolto le loro vite sono entrati insieme. Pietro, vittima, attirato in una trappola, colpito il 28 dicembre 2014 dall’acido scagliato da Martina Levato. Suo padre, Gherardo, l’aveva accompagnato a quello strano appuntamento, ha assistito all’aggressione al figlio e lo ha aiutato a bloccare il complice di Martina, Alexander Boettcher. La coppia di amanti, per l’agguato a Pietro, è stata condannata a 14 anni. Ieri è arrivata la seconda condanna, per le aggressioni precedenti. Riflette Pietro: «Credo che le condanne siano giuste, per far capire loro quanto male hanno fatto, perché secondo me non lo sanno. Avranno visto in aula la faccia di Stefano (Savi, altro ragazzo sfregiato, ndr) ma il dolore evidentemente non gli è entrato dentro. Non covo odio. In tutto questo tempo lei (non nomina mai Martina, ndr) non mi ha mai mandato una riga, una parola. Se l’avesse fatto potevo forse pensare che avesse l’ombra di un’empatia, invece no. Per me sono pericolosi e nella società non possono stare». Aggiunge suo padre: «Sono sempre critico e poco accomodante con me stesso e con i miei figli, forse troppo. Ma dopo quel che abbiamo passato mi chiedo anche: dove sono gli adulti che dovrebbero riportare in asse i figli che sbagliano, educare, contenere i loro deliri di onnipotenza?». Per la prima volta, a un anno e 3 mesi dall’aggressione, Pietro e suo padre Gherardo raccontano come è cambiata la vita della loro famiglia.

Le cure
L’esistenza quotidiana di Pietro oggi è questa: «Ci sono le cure quotidiane, molto fastidiose, coi massaggi, le creme, la maschera cicatrizzante che ti impedisce di parlare, di avere contatti. Provavo a tenerla di notte, ma d’istinto me la toglievo nel sonno… Sono terapie che ti isolano completamente. Per 6 mesi le ho seguite in modo intensivo, poi sempre meno. La maschera dovrei metterla ancora 10 ore al giorno, e la tengo un’ora, ho deciso che per me è più importante cercare di riprendermi la libertà di fare le cose, che avere un pezzo di pelle magari un po’ migliorata. Cerco un equilibrio tra le cure e la mia vita». Il padre Gherardo dice di essere «fiero»: «Pietro ha una grandissima forza, è stato eroico. Quella sera ha pensato prima alla mia incolumità che alla sua. Poi è riuscito a reagire, evitando il peggio per sé, ma anche assicurando la fine a questa serie di episodi insensati, che sarebbero andati avanti a danno di chissà quanti altri». Fu Pietro, nonostante l’acido gli bruciasse volto e corpo, a bloccare Boettcher. Se fosse riuscito a scappare, l’inchiesta sarebbe stata molto più complessa e gli agguati con l’acido sarebbero probabilmente continuati. La coppia aveva una lista di altri obiettivi. Aggiunge Gherardo: «Pietro era abituato a essere perfetto, bellissimo, il più brillante a scuola. Dopo, temeva di “far paura col suo aspetto”, e si è chiuso a lungo a casa. Il laser ha fatto miracoli, le cose vanno meglio. Non l’ho sentito mai lamentarsi».

Il rapporto
Due settimane fa la famiglia Barbini è andata a un’udienza generale da Papa Francesco. Ricorda Gherardo: «Il Papa si è avvicinato a Pietro che aveva una benda sull’occhio e lui gli ha detto: “Santo Padre, non sono un pirata…”. Il Papa gli ha fatto una carezza e ha risposto ridendo, con una carica umana incredibile: “Prega per me”. E Pietro: “Facciamo a vicenda, un po’ per uno”. Per me e per mia moglie Titti sono stati attimi impagabili. La persona che mi è servita di più in questo anno, per stare bene, è proprio Pietro. Ogni suo sorriso mi ha dato un pezzo di vita». Padre e figlio stanno percorrendo una strada di dolore, ma anche di forza, di speranza. Lo fanno insieme: «Prima mi facevo spesso gli affari miei — ricorda Pietro — ero proiettato sulla mia autonomia, la mia strada, e papà era concentrato sulla sua, era il suo modo di farmi crescere. Eravamo un po’ distanti, a pensarci oggi. Questa storia mi ha costretto a fare un passo indietro e a guardare davvero in faccia mio papà. All’ospedale Niguarda distribuiva i panettoni agli infermieri, in questura collaborava alle indagini, ha girato il mondo per cercare i chirurghi, viene ad ogni visita nonostante il lavoro. Non si è mai perso d’animo. In questo anno è nato un rapporto nuovo, con stima, gratitudine, orgoglio. Lo capisco molto di più, adesso. Ho trovato mio papà».

Il futuro
«Mi laureo il 5 maggio, a Boston — racconta Pietro — spero con la lode, anche se nell’ultimo semestre per forza la media si è abbassata. Ho ripreso a guidare, le ustioni non sono più così invalidanti. La mia vita sarà sempre più simile a quella di prima, inizio a sentirlo. Devo solo vincere la tentazione di nascondermi. Penso di andare a vivere lontano dall’Italia, magari in America. Fare un master. A Milano, dove mi conoscono tutti, è ancora un po’ difficile. La perfezione non è un risultato, ma un percorso. Ora l’ho capito, e lo accetto». Gherardo Barbini e sua moglie, per mesi, hanno cercato «un senso a questa storia». Alla fine: «Ne abbiamo trovato uno possibile. Stiamo dedicando tutto il tempo libero alla onlus ALMauST, fondata da Vincenzo Rapisarda, il primario che al Niguarda ha seguito Pietro e Stefano. Bisogna mettere in conto almeno 2mila euro al mese per tre anni, con le ustioni: come fa chi non può permettersele? Abbiamo raccolto 40 mila euro, con una festa. Centinaia di persone straordinarie ci si sono strette intorno. Stiamo valutando il caso di un ragazzo dell’età di Pietro, senegalese, ustionato al volto per uno scambio di persona, come Stefano. Vorremmo portarlo a Milano e farlo curare». Un impegno per altri ragazzi. E per il suo: «Ho sempre cercato di rendere non troppo facile la vita ai miei figli, perché si emancipassero con forza e creatività. La mia speranza va a Pietro, adesso. Che apra la porta di casa e si mostri a tutti a testa alta. Perché è bellissimo».

Corriere della Sera