Perché Renzi dovrebbe farcela dove non c’è riuscito Berlinguer?

Berlinguer

Cosa c’entra adesso Berlinguer direte voi. Certo che accumunare o avvicinare la figura del leader comunista a Matteo Renzi non è facile né per la tipologia del personaggio, né per l’orizzonte politico che si prefigge l’attuale premier. Una cosa però è rimasta inalterata e cioè l’elettorato di sinistra in Italia che, anche se con vari mal di pancia, appoggerebbe l’attuale Governo. Il condizionale è d’obbligo perché Renzi, dopo Letta, è forte di una maggioranza elettorale virtuale che lo pone nella condizione privilegiata di poter governare. Pd, Ppi, SCpi, Centro Democratico, Ncd, siamo in effetti tornati ad un pentapartito che sostiene la maggioranza di Governo ma, quel che più stride con la situazione attuale, sono gli orizzonti futuri della politica italiana su cui sta lavorando Renzi. Dalla modifica della Legge elettorale, con soglie di sbarramento al 4,5% alle dichiarazioni in vista delle prossime europee, alle quali il Pd si presenterà da solo, la situazione è molto chiara e la voglia di eliminare la voce dei partiti più piccoli è sotto gli occhi di tutti.

Entra qui in gioco, però, l’elettorato di centro sinistra, spesso diviso troppo spesso scontento. Berlinguer e l’apice del Pci Molti si ricorderanno quando nel 1976 il Pci guidato da Enrico Berlinguer ottenne il suo massimo storico del 34,4% arrivando, per la prima volta, a ridosso della Democrazia Cristiana. Era l’anno del famoso “turiamoci il naso e votiamo Dc” pronunciato da Indro Montanelli che aveva capito quanto fosse politicamente pericolosa la crescita del partito comunista. Erano gli anni di piombo e l’Italia si trovava travolta da tumulti di piazza. L’elettorato di sinistra non fu mai unito così come in quel momento storico e non c’erano correnti contrarie al segretario. Però a vincere fu la Dc; perché?

I partiti di sinistra non hanno mai avuto un grande potere aggregativo, la forza di attirare compagini più piccole che permettessero di vincere. Non l’aveva il Pci che procedeva come un carro armato nella volontà di scardinare il sistema capitalistico; non la possiede oggi il Pd che vuole ulteriormente tagliare i ponti con tutti i piccoli partiti di centro. I sondaggisti accreditano Renzi e il Pd di percentuali variabili tra il 31% e il 33% niente di più, niente di meno delle percentuali storiche dell’elettorato di sinistra. E quindi?

La sconfitta di Veltroni e la necessità di alleati Quindi non sembra si sia imparato nulla dal recente passato. Quale che sia il sistema elettorale, il Pd si presenterà con le liste del Pd”. Così parlava Walter Veltroni alla vigilia delle elezioni politiche del 2008 esprimendo la volontà di correre da solo; il Pd raggiunse circa il 33% dei consensi, quasi 5 punti percentuali meno del Pdl, decretando la fine politica dell’ex sindaco di Roma. I numeri statistici fanno apparire in modo palese come Renzi non riesca ancora tutt’oggi ad incrementare le percentuali elettorali del partito. La volontà di riformare il paese affrontando tematiche calde come il lavoro, la fiscalità o la riforma del titolo V certo potrebbe essere foriera di consensi ma come lo si sta facendo? Il metodo Renzi sta provocando grandi mal di pancia nella maggioranza e la lettera di Grasso pubblicata questa mattina su Repubblica ne è testimonianza. La difesa di Grasso non è tanto la difesa del Senato come istituzione quanto la fortissima critica sui metodi che il Premier sta adottando. Se l’obbiettivo è quello di strappare elettori agli altri partiti il rischio è di perderne di propri. Il nostro Paese non è mai stato unito sotto due sole bandiere e difficilmente lo sarà in futuro. Il M5s ha in dote una buona fetta di elettori, poco più del 20%, e agli italiani piace troppo esprimere voci fuori dal coro. Renzi ha di fronte ha se un percorso ad ostacoli se questa è la via che vuole perseguire. Se si vince in due o tre è sempre una vittoria, se si perde…

Dario Tescarollo