«Per fare la pace ci vuole coraggio»

Papa Francesco a San Pietro

Tre fotogrammi suggestivi, tre immagini indimenticabili, tre momenti simbolici. L’abbraccio tra Peres e Abbas a Santa Marta; il viaggio con Papa Bergoglio su un pulmino fino al luogo della cerimonia; l’incedere solenne di questi uomini lungo un vialetto circondato da pareti di bosso color smeraldo. Istantanee già entrate nella storia perché non solo racchiudono il senso di una giornata fuori dal comune, mai accaduta prima, ma sono in grado di trasmettere la stessa forza emotiva che aleggiava nei giardini vaticani. Prove di pace nel verde di un parco, luogo neutro e rassicurante, lontano anni luce da una regione contesa, da una città – Gerusalemme – macchiata di sangue, da un clima contrassegnato da risentimenti, sfiducia, inimicizia, alla base del fallimento di ogni negoziato finora intrapreso dalla comunità internazionale. «Per fare la pace ci vuole coraggio, molto di più che fare la guerra. Ci vuole coraggio per dire si all’incontro e no allo scontro, si al dialogo e no alla violenza, si al negoziato e no alle ostilità, si al rispetto dei patti e no alle provocazioni, si alla sincerità e no alla doppiezza. Per tutto questo ci vuole coraggio, grande forza d’animo». Papa Francesco vuole tentare la via della diplomazia del cuore, animata dalla spontaneità, dai gesti profetici, dalla semplicità delle parole. 
IL VERTICE 
Il primo ospite a scendere dall’auto davanti a Santa Marta è stato il presidente Peres. Il Papa lo ha accolto con una stretta di mano, tramutatasi subito in un abbraccio con due baci, proprio come vecchi amici che non si vedono da tanto tempo. Peres è stato condotto in un salottino verde, e lì è restato a chiacchierare con Francesco ed alcuni membri delle delegazione. «Sono felice che sia venuto nella mia casa». Mezz’ora dopo il Papa chiedeva a Peres la cortesia di aspettarlo in un altro salottino, per poter ricevere Abbas, lievemente in ritardo perché proveniente dall’Egitto. Anche per lui baci, abbracci e sorrisi. «È per lei una giornata campale, anzi una maratona. Grazie per essere venuto» gli ha detto Francesco facendo riferimento al viaggio intrapreso al Cairo per il giuramento di Sisi. La prima foto memorabile è proprio l’abbraccio tra Peres e Abbas, e a vederli sembravano vecchi amici in gita che per caso si ritrovavano a Roma. Peres gli ha chiesto subito le impressioni della cerimonia di Sisi. Intanto Francesco faceva strada facendoli salire sul pulmino. La seconda foto simbolo è presa all’interno dell’abitacolo del pulmino dove si capisce che ognuno parla e ride, liberamente. È il cammino per recuperare ciò che unisce.
INSIEME NEL VIALETTO
Poi arriva la terza immagine che mostra un vialetto dove questi uomini sono arrivati uniti, in riga, incedendo spalla contro spalla, per pregare, ognuno nella propria religione, in tre differenti momenti per non creare confusioni o sincretismi. Papa Francesco si è avvicinato, con il passo del credente e non del politico, agli intricati problemi mediorientali. Anche se in quella terra la politica è strettamente legata alle questioni religiose. Alla fine i tre i leader hanno formulato la supplica finale. «Signore disarma la lingua e le nostre mani». Peres ha riconosciuto che la pace non è a costo zero. «Io mi ricordo la guerra da piccolo. Mai più, mai più». Abbas, in arabo, ha invocato Dio di concedere «alla nostra regione e al suo popolo sicurezza, salvezza e stabilità. Salva la nostra città benedetta Gerusalemme». Mentre le invocazioni in arabo, italiano, ebraico salivano al cielo, i due presidenti e il Papa si incamminavano assieme nella Casina di San Pio IV per un colloquio finale, a porte chiuse. Alle 21 tutto era finito. La Chiesa di Francesco è ottimista e sta creando scompiglio.
«Bisogna spezzare la spirale dell’odio con una parola: fratello». Il presidente delle comunità ebraiche Gattegna ha fatto un bilancio della giornata. «Sono grato per l’iniziativa di papa Bergoglio. Si tratta, inoltre, dell’occasione per rendere omaggio al presidente uscente dello Stato di Israele, Peres, un grande protagonista dei nostri tempi atteso oggi a uno degli ultimi atti pubblici del suo mandato. 

Il Messaggero