Pensione flessibile l’Inps rilancia: uscita anticipata di almeno 2 anni

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Per le pensioni serve qualche forma di flessibilità in uscita. Tiziano Treu, commissario straordinario dell’Inps e probabilmente prossimo presidente rilancia il dibattito sul futuro della riforma Fornero. Un dibattito che in realtà non si è mai chiuso, visto che tra l’altro sulle norme approvate a fine 2011 dal governo Monti pende un referendum popolare ora all’esame della Corte costituzionale.
Treu ha specificato che le novità non arriveranno con questa legge di Stabilità, ma il tema sarà «uno degli impegni dell’anno prossimo»: lo stesso istituto previdenziale farà delle proposte. Alla domanda se i costi della flessibilità dovranno essere pagati dai cittadini o dallo Stato, Treu ha risposto che «ci sono varie opzioni, anche far pagare un po’ l’uno e un po’ l’altro». Proprio le copertura finanziarie sono il principale ostacolo ad una revisione dell’assetto definito ormai tre anni fa. Tanto è vero che sono stati bocciati alcuni interventi correttivi di portata limitata come quello della cosiddetta quota 96 per gli insegnanti (riproposto comunque anche come emendamento parlamentare alla legge di Stabilità): il ministero del’Economia teme che anche piccole modifiche possano alla lunga minare l’edificio della riforma. Ma l’intenzione confermata da Treu di far ripartire la discussione, pur evitando stravolgimenti della legge, indica che la prospettiva di una riapertura del cantiere previdenziale è concreta.
DOSSIER APERTI
Sul tavolo ci sono già alcune ipotesi. Una è stata già oggetto di approfondimento con il precedente governo, quando al ministero del Lavoro c’era Enrico Giovannini: è il cosiddetto prestito previdenziale. In pratica, si permette al lavoratore di andare a riposo due o tre anni prima rispetto ai requisiti previsti (i 66 anni della vecchiaia o i 42 di contributi della pensione anticipata). Il datore di lavoro continua a versare i contributi, ed alla scadenza il pensionato inizia a restituire con piccole trattenute mensili gli emolumenti percepiti prima dei termini normali per il pensionamento.
Il vantaggio di questa soluzione è di avere oneri contenuti per le finanze pubbliche, al massimo 400 milioni l’anno. Un’altra ipotesi di cui si è parlato è quella messa nero su bianco dall’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano, ispirata al criterio della massima flessibilità: presa come riferimento l’età di 66 anni, sarebbe possibile accedere alla pensione tra i 62 e i 70, accettando però decurtazioni del 2 per cento l’anno se l’uscita è anticipata ed al contrario incassando un assegno più pesante in caso di permanenza prolungata al lavoro.
Una variante del modello di pensionamento flessibile prevede al posto di penalizzazioni esplicite il calcolo dell’assegno con il metodo contributivo, che è normalmente più sfavorevole: lo stesso principio usato per l’opzione riservata alle lavoratrici, che si sta esaurendo proprio in queste settimane. La principale controindicazione alle forme di uscita flessibile è la copertura dei costi che si determinerebbero nell’immediato, per la probabile fuga verso la pensione di coloro che sono rimasti bloccati in questi anni.

Il Messaggero