Pd, strappo di Bersani Renzi: basta polemiche

BERSANI-RENZI, COMIZIO A FIRENZE PER 'CONQUISTARE' IL NORD

Passa Gianni Cuperlo e fa: «No, alla riunione di Renzi non vado, ho l’endocrinologo alle 3, poi il dentista, e comunque non ci sarei andato». Passa Davide Zoggia e fa: «No, non vado, ho le primarie in Veneto». Tocca a Nico Stumpo: «Io sarò a Napoli, devo incontrare Paolucci che è appena uscito dal Pd». D’Attorre cinguetterà su twitter da casa sua, Fassina figuriamoci se va a una cosa di Renzi, per non parlare di Civati. C’è una specie di rincorsa a disertare l’assemblea dei parlamentari convocata dal segretario premier su quattro temi specifici (fisco, scuola, ambiente, Rai), una gara a chi non ci va lanciata in grande stile da Pierluigi Bersani al grido di «non siamo figuranti, non si convoca una riunione di parlamentari per parlare in un’ora di temi così importanti, io non ci vado».
NO ALL’ITALICUM

Un invito esplicito a disertare in massa la Leopolda parlamentare, con un annuncio di battaglia politica per adesso e per l’immediato futuro: «Se la riforma costituzionale rimane questa, non voterò neanche l’Italicum», ha avvertito intervistato da Avvenire. «Se uno vuole fare il califfo non si può che rispondere con le armi del califfato», sintetizza alla sua maniera Stumpo, coriaceo bersaniano. A tutti in serata replica Renzi, che si dice «stupito» per la diserzione della minoranza: «Non sprechiamo tempo in polemiche sterili, finanche sull’orario della riunione. Forse qualcuno pensa o sogna i vecchi caminetti al posto del confronto».
Altri ci andranno all’assemblea, per carità, come il capogruppo Roberto Speranza che a domanda risponde con un poco entusiastico «penso di sì», ma che comunque è un sì. Ci andrà Dante Marantelli dei giovani turchi, così come Francesco Boccia ma in versione ci vado e mi sentiranno: «Sì, ho l’occasione di parlare di fisco, e un po’ di cosette al riguardo le ho in serbo». Nella corsa a schierarsi, ecco due opinioni apparentemente simili ma dal significato contrapposto. Massimo D’Alema: «Il Pd è un solo partito ma si discute tanto, fortunatamente. Spero che la discussione si faccia sempre più vivace». Matteo Orfini: «Nel Pd si discute molto per fortuna. E non è mai inutile, non lo sarà neanche all’assemblea».
NODO JOBS ACT

Quale il motivo di tanta ripresa barricadera dentro il Pd, dopo il passaggio unitario del Quirinale? Tutti i dissidenti rimandano a un fatto: il Jobs act. E tutti con le stesse parole spiegano: «Non ci fidiamo più. Non era stata solo la minoranza a dire che i licenziamenti collettivi non dovevano esserci, si era espresso tutto il partito, ma alla fine Renzi ha fatto di testa sua. A questo punto è guerra, lui non può usare il nostro voto come gli pare». L’impressione è che il Jobs sia soltanto la miccia, l’obiettivo è di delegittimare la leadership renziana non disdegnando di ricorrere ad argomenti come quello della «svolta autoritaria» che accomunerebbe argomenti come la riforma del Senato, quella elettorale, la legislazione sul lavoro, fino all’annunciata riforma Rai. Ma l’obiettivo vero, la posta in gioco presente a entrambi i fronti è un altro ancora, e Renzi pare abbia deciso di percorrerla fino in fondo: andare alla resa dei conti nei gruppi parlamentari, gli unici ancora segnati dalla passata gestione bersaniana. Il che significa che a maggio si tenterà di procedere al cambiamento del capogruppo della Camera e, perché no, di qualche presidente di commissione.

Il Messaggero