Pd, sì all’Italicum «Governo in gioco» La minoranza sfugge alla conta

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E’ arrivato all’assemblea del gruppo Pd abbracciato a Roberto Speranza e subito Matteo Renzi ha messo le cose in chiaro: «L’Italicum va votato così com’è, basta modifiche, basta mediazioni». Non per un puntiglio, non per fare la voce grossa, e neanche perché così, con le modifiche, si tornerebbe al Senato. No, la legge elettorale va votata così com’è perché va bene, è una buona legge, «e la legge perfetta non esiste», anzi ci sono almeno «cinque motivi» per i quali si tratta di una buona legge.
Renzi elenca: «Impedisce il consociativismo e le grandi coalizioni; il doppio turno è il punto centrale, e il premio alla lista anziché alla coalizione è il compimento della vocazione maggioritaria sulla quale è nato il Pd». Non basta: «Se approviamo la nuova legge elettorale, mettiamo la parola fine al gioco degli editoriali sulla politica che non decide» e, non ultimo, «possiamo poi dedicarci alle altre riforme». Renzi non gira attorno al tema, mette nel piatto la vera posta, scandisce: «La vita del governo fin dall’inizio è dipesa dall’approvazione della nuova legge elettorale, nel bene e nel male». Tradotto: qui votate come vi pare, ma attenti a come votate in aula, se andiamo sotto la legislatura finisce qui, ci sarà il fine corsa, si scende e non si sa se si risale (in lista).
IL MURO
Davanti al muro renziano, nonostante due colloqui pomeridiani con il capogruppo Speranza e con Cuperlo alla ricerca dell’ultima, impossibile mediazione, le minoranze si sono trovate strette all’angolo, senza la concessione di una modifica cui potersi aggrappare, davanti al classico o di qua o di là. Ma hanno scelto di andare oltre, talmente oltre che si sono ritrovati fuori dall’aula. Le minoranze non hanno partecipato al voto (la linea di Renzi passa nella notte con 190 voti a favore). Hanno in sostanza evitato di contarsi. «Non è una corrente di Arditi del popolo», ironizzava uno di Area riformista. Con qualche irriducibile come Alfredo D’Attorre che promette i sorci verdi alla prossima volta: «Quel che conta saranno gli emendamenti in aula, ho appena appreso che tutte le opposizioni si stanno organizzando per presentarne alcuni tutte insieme», dice dopo un colloquio con Sisto prima dell’assemblea. Una parte delle minoranze, lo stesso D’Attorre, Rosy Bindi e altri, se ne sono andati già nel corso dell’assemblea, quando è stato il turno dell’intervento di Dario Franceschini, che infatti ha stigmatizzato il gesto, «che significa andarsene ora? E’ grave».
Vittima di tanto cozzare di brandi è stato alla fine Roberto Speranza, che ha offerto le dimissioni da capogruppo perché «in profondo dissenso» sull’Italicum e quindi «con le mie convinzioni». Lo aveva già fatto in direzione, ma questa volta la decisione appare senza ritorno. Così come senza ritorno, politicamente, è quanto è andato maturando Pierluigi Bersani, che ha parlato dopo Renzi e Speranza. L’ex segretario ha spiegato che il no all’Italicum: «Si investe troppo su uno solo, più che di democratura parlerei di troppa investitura senza i dovuti contrappesi». E ha aggiunto: se si va avanti così, io non ci sto.
Le opposizioni, nel frattempo, si sono rivolte al capo dello Stato per chiedere di intervenire se Renzi dovesse sul serio mettere la fiducia sulla legge elettorale. «Sarebbe uno scempio istituzionale», ha riassunto per tutti Arturo Scotto, capogruppo di Sel. Il M5S invece ha scelto un’altra linea: non tirare per la giacchetta Mattarella, ma chiedere alle minoranze pd un fronte comune per modificare l’Italicum in particolare con le preferenze.

Il Messaggero