Pd, Renzi media con la minoranza «La Leopolda è aperta a tutti»

Renzi, di Hitler non si parla nemmeno per scherzo

«Matteo, non lo fare, non andare alla Leopolda, disdici l’appuntamento». E’ stato sulla kermesse di fine settimana a Firenze, che la sinistra e le minoranze interne del Pd hanno martellato durante la direzione. Chi più duramente come Stefano Fassina («i soldi per la Leopolda meglio sarebbe utilizzarli per il partito di cui sei segretario»), chi più urbanamente come Gianni Cuperlo che ne ha fatto una questione esistenzial politica: «Vuoi per caso dar vita a un partito parallelo? Andiamo verso una confederazione di correnti?». Sull’interrogativo retorico si è mantenuto Alfredo D’Attorre: «Come si concilia l’appello a sciogliere le correnti con la Leopolda, un format di cui si faticano a comprendere finalità e funzioni?». Chiari dunque i punti di attacco: l’appuntamento alla vecchia ex stazione fiorentina come occasione di raccolta di renziani che si costituiscono in corrente accomunati da un unico disegno criminoso: costituirsi in partito parallelo, prima esterno al Pd, adesso che il loro capo è il leader, attorno, di fianco, nei pressi del Pd stesso. Per una volta Cuperlo e compagni hanno abbandonato la polemica sul premier che è anche segretario, «tutt’e due le cose non si possono fare», dove il sottinteso è che sarebbe meglio lasciasse la leadership del Pd, come Bersani ha più volte ventilato, per indirizzarsi su Leopolda e dintorni. A tutti ha replicato Matteo Renzi. Ma senza la volontà di inasprire polemiche (una scelta decisa prima con i fedelissimi, «ci sono importanti scadenze parlamentari in vista…»), ricorrendo all’ironia: «Su ragazzi, venite sabato alla Leopolda, anche se avete altro da fare», e il riferimento alla manifestazione della Cgil è voluto e non casuale. Renzi ha fatto ricorso a un classico dei leader che non vogliono infierire o strafare, «il primo a essere contrario a una corrente renziana sono io, mi opporrei strenuamente»; quindi, ha buttato lì il tema dei finanziamenti, «parliamone apertamente, è un problema grosso», salvo poi assistere all’intervento di un fedelissimo come Margiotta che pone «il problema del patrimonio ex Ds mai confluito nel Pd», o come il senatore Marcucci che invita a riservare «un elogio» agli organizzatori della Leopolda «che non pesano sulle casse del partito», citando poi quasi per caso l’attività di Italianieuropei «che svolge un lavoro egregio come altre fondazioni nel Pd». Ma si è trattato di rasoiate di personaggi non proprio di prima fascia, per il resto la consegna di evitare l’inasprimento delle polemiche è stata rispettata. E a conciliare le posizioni è valso anche l’appello di Sandra Zampa per la ripresa delle pubblicazioni dell’Unità.
I DISSIDENTI

Anche sul fronte dei dissidenti del Senato, il trio Ricchiuti-Mineo-Casson, non si prospettano provvedimenti disciplinari. Renzi ha scandito il suo «no al partito comitato elettorale, no a un Pd club anarchico». Il che significa che per questa volta i tre non subiranno provvedimenti né disciplinari né di richiamo, ma verrà deciso, e messo nel regolamento dei gruppi, che dalla prossima volta chi non vota la fiducia al proprio governo è automaticamente fuori dal gruppo parlamentare. Il segretario-leader sa che fin dalla sua affermazione al vertice del Pd, c’è chi lo considera alla stregua di un alieno alla guida, e vuole rassicurare: «Non ho vinto al seguito di una invasione di barbari dentro il partito».

Il Messaggero