Patto per l’Italia con Berlusconi Matteo scavalca la maggioranza

BERLUSCONI_RENZI

ROMA I silenzi a volte sono più fragorosi delle parole. Le assenze si notano più delle presenze. E ieri, nell’aula di Montecitorio, la Grande Assente è stata la parola «maggioranza». In quarantacinque di discorso, Matteo Renzi non l’ha mai pronunciata e mai si è rivolto direttamente ad Angelino Alfano, agli altri alleati o al suo Pd. Non è perciò un caso se il leader del Ncd alla fine non abbia applaudito e, pur seduto accanto al premier, non gli abbia neppure dato la mano.
Non si tratta di dimenticanze. Il suo programma dei “Mille giorni”, Renzi intende realizzarlo e declinarlo in una sorta di Patto per l’Italia. Con poco spazio per le mediazioni e dunque per gli alleati, grazie a un’intesa ormai sempre più esplicita con Silvio Berlusconi, che però il premier (anche su consiglio di Giorgio Napolitano) non ha intenzione di imbarcare nel governo.

L’APPELLO ERGA OMNES
Il Rottamatore, insomma, rottama le formule classiche della politica. E indica – forte anche del fatto che nessuno, tranne lui, avrebbe vantaggio ad andare alle elezioni – una road map riformista su cui conta di avere il consenso più ampio possibile. «Basta con le polemiche. Per i prossimi tre anni lavoriamo per i provvedimenti concreti, poi al momento delle elezioni vedremo chi avrà consenso e chi non l’avrà. Ma fino al giorno prima, fino a quel momento, continuiamo a lavorare», ha scandito Renzi chiudendo il suo discorso.
Per questo Patto, per questa “Tregua di mille giorni”, a Berlusconi, ad Alfano e ai cespugli della maggioranza, il premier offre non poco. Sul tavolo getta la riforma («anche con decreto») dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, gradita al Ncd e a Forza Italia. Compie una svolta garantista che di fatto riscrive l’identità del Pd: «Avvisi di garanzia più o meno citofonati sui giornali non devono condizionare la politica». E promette un taglio fiscale a favore delle imprese per il prossimo anno. Tant’è che il ribelle Stefano Fassina poco dopo ha messo a verbale: «Renzi sul lavoro parla il linguaggio della destra. Se si decide che bisogna cambiare la maggioranza facciamolo in modo esplicito, con un dibattito esplicito. Se Renzi ha bisogno dell’appoggio dichiarato di Forza Italia facciamo questa discussione».
Eppure, dai banchi del Pd alla fine del discorso è scattata una standing ovation. Segno che dietro al malumore di pochi, la stragrande maggioranza del Partito democratico non se la sente (non ha convenienza) a frenare un leader che a maggio ha incassato il 40,8% dei consensi, sfiorando i record della Dc di Amintore Fanfani nel 1958.
L’AVVERTIMENTO

Poi, se non bastasse la forza del consenso, c’è sempre la minaccia delle elezioni. Renzi l’ha detto chiaro in Senato: «Da un punto di vista utilitaristico andare a votare sarebbe una buona idea, ma ogni valutazione sul passaggio elettorale deve essere preceduta dalla valutazione sulla capacità del Parlamento di fare le riforme». Un avvertimento erga omnes: se non mi fate lavorare, tutti a casa. Tutti al voto.
Un altro silenzio fragoroso ha riguardato l’Europa. A dispetto di quanto era filtrato da palazzo Chigi alla vigilia, Renzi non ha lanciato anatemi contro Bruxelles e il fronte rigorista. Dietro a questa frenata c’è la garbata moral suasion di Napolitano che ha sconsigliato al premier di andare alla guerra Oltreconfine prima del tempo.

IL MESSAGGERO